Amici, battuta razzista della Celentano: “Non parla bene in italiano perché è siciliano”

Sabato 2 aprile è andata in onda la terza puntata del Serale di Amici 21, terminata con l’eliminazione dei due ballerini John Erik e Leonardo.

Nel corso della puntata c’è stato uno scivolone della maestra di danza Alessandra Celentano che ha fatto infuriare non poco i siciliani ed i meridionali in generale.

Amici, battuta infelice della Celentano

Nunzio alias ‘il re dei tutorial’ è il ballerino di latino americano che dall’inizio del programma è stato più oggetto di critiche della Celentano. Quando l’allievo ha confessato che si aspettava la nomina della maestra, la Celentano sorridendo gli ha detto: “Lo voglio bene”, sbagliando di proposito l’italiano. Maria De Filippi le ha fatto notare l’errore che ha risposto: “Vabbè, ma è siciliano, dai, è normale“.

La battuta infelice, di Alessandra Celentano, ha generato tantissime polemiche poiché l’insegnante di danza ha imitato il modo di parlare del 18enne siciliano facendo notare la mancata padronanza della lingua italiana del giovane.

Ancora una volta è stato attaccato il modo di parlare e di essere dei meridionali. Bisognerebbe ricordare all’insegnante di ballo che anche Dante Alighieri considerava l’idioma siciliano come tra i più illustri.

Dante Alighieri considerava il siciliano come tra le lingue più illustri

E in verità quegli uomini grandi e illuminati, Federico Cesare e il suo degno figlio Manfredi, seppero esprimere tutta la nobiltà e dirittura del loro spirito, e finché la fortuna lo permise si comportarono da veri uomini, sdegnando di vivere da bestie.“ (De vulgari eloquentia, I libro, XII cap.).

Egli sostiene fermamente, nel “De vulgari eloquentia” che il siciliano, con la spontaneità che contraddistingue il suo popolo, risulta lingua illustre.

Perché ciò che gli Italiani compongono in poesia è chiamato “siciliano” e perché troviamo che molti maestri originari di quel paese hanno cantato gravemente” (Dante – De vulgari eloquentia I, XII, 2).

E poiché la sede regale era la Sicilia, è avvenuto che tutto ciò che i nostri hanno composto in volgare si chiami “siciliano”; e questo anche noi teniamo fermo, né i nostri posteri potranno cambiarlo” (cfr. Dante – De vulgari eloquentia I, XII,4).

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