Recovery Plan: 3 segnali dicono che l’Italia vuole rinunciare ai finanziamenti per il Sud

mario draghi giancarlo giorgetti
A destra Mario Draghi; a sinistra Giancarlo Giorgetti della Lega Nord, ministro dello Sviluppo Economico, figura chiave nella gestione del Recovery Plan

Il 30 aprile è fissata la scadenza per la presentazione dei progetti all’Unione Europea nell’ambito del Recovery Plan. L’Italia chiederà tutti i 209 miliardi stanziati, i quali saranno concessi a patto che vengano considerati idonei e rispettino i parametri indicati, tra i quali il superamento dei divari territoriali che, per l’Italia, si traduce nell’assottigliamento del gap tra Nord e Sud. Proprio questa è la battaglia che stanno giocando i 500 sindaci della rete Recovery Sud, che hanno scritto a Ursula von der Leyen lamentando il tentativo di sottrazione delle risorse al Mezzogiorno e minacciando una clamorosa Sud Exit.

Non solo sindaci, anche i governatori delle regioni meridionali hanno creato un fronte compatto affinché non si verifichi ciò che da sempre accade: dirottamento delle risorse dal Sud a Nord (a tale scopo giova ricordare gli 840 miliardi spostati da Sud a Nord dal 2000 al 2017). Vincenzo De Luca è uno dei presidenti più battaglieri ed ha più volte annunciato battaglia; tra gli ultimi sviluppi, invece, abbiamo le dichiarazioni di Nello Musumeci, presidente della Regione Siciliana che ha contestato a Draghi il ritardo con cui sono state coinvolte le Regioni:

“Ho contestato il ritardo  – ha detto Musumeci nel corso della Conferenza Stato Regioni – con il quale le Regioni sono state coinvolte nel confronto con il governo centrale per l’utilizzo dei fondi del Recovery plan, nel metodo e nel merito. Non ci si aspetti dai governatori del Sud una condotta approntata a sterile rivendicazionismo, un atteggiamento da piagnoni lamentosi e accattoni”.

Parole all’apparenza semplici, ma che racchiudono la stanchezza del Sud nell’essere additato come passivo ed in attesa del miracolo che risolva la giornata, in contrapposizione ad un Nord laborioso che si rimbocca le maniche. La verità è che un meridionale, per guadagnare la metà di un settentrionale, deve lavorare il doppio.

“Vero è che il sistema Italia è diviso in due poli – ha proseguito il presidente della Regione Siciliana – ma l’uno ha bisogno dell’altro e senza infrastrutture materiali e immateriali si condannano i territori del Meridione alla povertà. Volete gestire voi le risorse? Fatelo pure, ma non si può pensare di destinarle a obiettivi che non siano condivisi con le Regioni del Mezzogiorno, come purtroppo fino a ieri si è tentato di fare”.

A questo punto, mettendo insieme la protesta dei 500 sindaci e la posizione dei governatori del Sud è possibile tracciare il leitmotiv del Governo nei confronti del Recovery Plan: mancato rispetto dei parametri indicati dall’Unione Europea, esclusione delle comunità meridionali dal processo decisionale che le riguarda direttamente e il tentativo (scontato) di finanziare grandi progetti al Nord e lasciare le briciole al Sud sono i 3 segnali di un atteggiamento che potrebbe verosimilmente portare alla bocciatura (almeno parziale) del piano italiano e, dunque, la perdita dell’ultima occasione che ha il Mezzogiorno per uscire dalla povertà e dalla prospettiva di una morte sociale ed economica.

L’aspetto più assurdo è costituito proprio dal ruolo di Mario Draghi, che certe dinamiche dovrebbe ben conoscerle e dovrebbe anche sapere quali possano essere i possibili modi per ottenere tutti i 209 miliardi. A meno che – ed il dubbio è più che fondato – lo scopo non apertamente dichiarato dall’Italia non sia proprio quello di non ottenere i finanziamenti europei. In tal caso ogni tassello andrebbe al proprio posto ed il quadro complessivo assumerebbe un senso.

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