Trump sospende le sanzioni alla Russia e compra il diesel. L’UE si arrabbia, ma pagano i cittadini
Ott 12, 2026 - Francesco Pipitone
Donald Trump e Vladimir Putin
Per mesi l’Europa ha chiesto ai propri cittadini di sopportare il peso delle sanzioni contro la Russia, in nome della difesa dell’Ucraina. Venerdì 9 ottobre, con una telefonata a Vladimir Putin, Donald Trump ha fatto l’esatto contrario: ha sospeso le sanzioni americane sul gasolio russo per far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti. Gli europei, intanto, continuano a fare il pieno a prezzi record.
Il caso apre una questione politica che va oltre il gasolio: che cosa significa essere alleati di Washington quando le sue scelte, prese senza consultare nessuno, scaricano i costi sul Vecchio Continente? È la domanda da cui parte questo commento.
L’accordo: 300mila tonnellate subito, poi molte di più
Sul suo social Truth, Trump ha annunciato di aver concordato con Putin che la Russia fornirà immediatamente oltre 300mila tonnellate di gasolio al mercato americano e globale, altre 500mila a novembre e un milione subito dopo. In base alla capacità delle raffinerie russe, ne potrebbero arrivare altri tre milioni. Il Dipartimento del Tesoro ha autorizzato per sei mesi, fino ad aprile 2027, le transazioni relative alla vendita, alla consegna e all’importazione di diesel di origine russa.
Trump ha detto che i prezzi caleranno «rapidamente e in misura record» grazie al controllo americano dello Stretto di Hormuz e alla nuova energia russa, e ha ringraziato Putin. Il leader russo ha confermato la disponibilità a fornire petrolio e prodotti petroliferi ai mercati americani e mondiali, assicurando che l’arrivo del carburante russo farà bene all’economia globale. Contemporaneamente, ha ribadito che gli obiettivi di Mosca in Ucraina restano invariati.
Il calcolo elettorale e i numeri che non tornano
Secondo Axios, Trump avrebbe deciso di concludere l’intesa dopo che Volodymyr Zelensky aveva ignorato le richieste americane di fermare gli attacchi alle raffinerie russe, che spingevano al rialzo i prezzi dell’energia anche negli Stati Uniti. Sullo sfondo ci sono le elezioni di metà mandato di novembre e la preoccupazione dei repubblicani per elettori alle prese con il caro carburante.
Gli analisti, però, ridimensionano l’effetto. Come ha osservato alla BBC Tim Armitage, stratega di Quilter Cheviot, la prima tranche equivale a circa 2,25 milioni di barili, a fronte di un consumo giornaliero americano di circa 3,8 milioni: non farà, dunque, una differenza sostanziale sui prezzi. La maggior parte degli esperti dei mercati energetici esprime scetticismo sulla reale efficacia dell’operazione, ma sappiamo che vi è una bella differenza tra pratica e teoria (propaganda?).
L’Europa e il conto del caro carburanti
Le sanzioni dell’Unione europea sul petrolio russo e sui suoi derivati restano in vigore: l’accordo non prevede effetti diretti sulle importazioni italiane, e il principale ostacolo all’arrivo del gasolio russo in Europa è proprio il sistema di sanzioni comunitario. Il risultato è una forbice evidente: gli americani possono beneficiare di forniture sbloccate, gli europei no.
In Italia, secondo le rilevazioni citate a fine settembre, il gasolio self service era a circa 2,36 euro al litro, 63 centesimi in più rispetto a prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente, il 27 febbraio, per un aumento del 36,8% e circa 32 euro in più a ogni pieno, secondo il Codacons. Va precisato che il rincaro sarebbe dovuto soprattutto alla crisi mediorientale e al blocco di Hormuz, non alle sole sanzioni alla Russia. Ma ancor di più giocano la speculazione e gli extra profitti per le compagnie petrolifere, che il governo Meloni non si azzarda a toccare.
Il caso per una revisione dei rapporti con Washington
La reazione di Kiev è stata durissima: per Zelensky la sospensione delle sanzioni, senza un accordo chiaro e duraturo di de-escalation, è un segnale di debolezza, un «regalo di compleanno» a Putin che la Russia ripagherà con altro terrore. Per i critici, la vicenda è anche un esempio di unilateralismo: un’intesa che riguarda l’intero fronte occidentale è stata annunciata senza coinvolgere gli alleati europei.
A questo si aggiunge un altro elemento: Washington ha valutato di bloccare le esportazioni di diesel, un’ipotesi che preoccuperebbe l’Europa, visto che, secondo funzionari della Commissione, gli Stati Uniti forniscono circa metà del gasolio importato dall’Unione europea. Ed allora il dibattito si apre – o dovrebbe aprirsi – sull’interruzione della dipendenza dagli Stati Uniti. La strada indicata è quella dell’autonomia strategica: diversificare le forniture, costruire una politica energetica comune e trattare con Washington da pari a pari, senza dare per scontato l’allineamento automatico.
