L’emendamento di Gasparri semplifica la vendita di armi: Italia sempre più invischiata nelle guerre
Ott 29, 2026 - Redazione Vesuviolive
DDL Difesa - Un emendamento di Gasparri per facilitare la vendita di armi
Un passaggio parlamentare in meno e una firma ministeriale in più. È la sostanza dell’emendamento al disegno di legge sulla Difesa, in discussione al Senato, con cui il relatore di Forza Italia Maurizio Gasparri punta a rendere più rapida la cessione all’estero di armamenti considerati «obsoleti». Il voto è atteso nei prossimi giorni.
La proposta arriva in un momento in cui l’Italia è già sotto osservazione per le sue forniture militari: quelle verso Israele, mentre una commissione d’inchiesta dell’Onu parla di genocidio a Gaza, e quelle verso l’Ucraina, avvolte da anni nel segreto. Per le associazioni pacifiste, il rischio è di sottrarre al dibattito pubblico una materia che riguarda guerre e diritti umani.
Che cosa prevede l’emendamento Gasparri
La norma riscrive una parte del Codice dell’ordinamento militare. Per cedere all’estero materiali non più in uso basterebbe un’«intesa di carattere tecnico-militare» firmata tra ministeri, accompagnata da una dimostrazione di convenienza economica alla dismissione e da un decreto ministeriale. Non servirebbe, invece, un più ampio accordo di cooperazione tra Stati, che richiede anni e un passaggio di ratifica in Parlamento.
Per Francesco Vignarca, della Rete Italiana Pace e Disarmo, l’intesa tecnico-militare è un passaggio molto più snello e serve a «velocizzare le pratiche e tenere lontana l’opinione pubblica dall’aspetto politico della vicenda». Il Movimento 5 Stelle ha risposto con un sub-emendamento che impone il parere vincolante delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sia sulle cessioni sia sulle relative intese.
Un’altra tessera nello smantellamento dei controlli
L’emendamento si inserisce in un percorso più lungo. Da anni il governo e una parte della maggioranza lavorano per modificare la legge 185 del 1990, quella che regola l’export di armi e che, nata da una grande mobilitazione della società civile, vieta le vendite a Paesi in guerra o responsabili di violazioni dei diritti umani. Le associazioni denunciano un progressivo indebolimento di trasparenza e controlli, a partire dal ruolo dell’Uama, l’ufficio che autorizza le esportazioni.
Anche a livello europeo la direzione è la stessa: nel maggio 2026 venticinque associazioni hanno denunciato, in una lettera aperta, che il pacchetto Ue «Defence Readiness Omnibus» renderebbe più difficile per gli Stati tracciare la destinazione finale delle armi. Dal governo e dal relatore, nelle ricostruzioni disponibili, non è ancora arrivata una risposta alle critiche sull’emendamento.
Il nodo Israele: nuove licenze ferme, vecchi contratti no
Dopo il 7 ottobre 2023 l’Italia ha dichiarato di aver bloccato le nuove licenze per l’export militare verso Israele. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha però chiarito che le consegne sono proseguite nell’ambito di contratti firmati prima di quella data. Secondo i dati Istat, tra ottobre e novembre 2023 sono state esportate armi e munizioni per oltre 817mila euro. Un dossier pubblicato a marzo 2026 da diverse organizzazioni pro-Palestina parla di 416 spedizioni di materiale militare dall’Italia a Israele da ottobre 2023, oltre a forniture di carburante.
Ad aprile 2026 il governo ha poi deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele. Intanto la Rete Pace e Disarmo chiede un divieto esplicito e completo di ogni fornitura finché durano le violazioni del diritto umanitario. Il punto è che norme più rapide e meno controllabili rendono ancora più difficile sapere a chi vanno le armi italiane, in una fase in cui la stessa Onu, con la sua commissione d’inchiesta, ha concluso che a Gaza è stato commesso un genocidio, conclusione che Israele respinge.
Ucraina: aiuti militari e trasparenza
L’emendamento potrebbe riguardare in linea teorica anche i Paesi con cui l’Italia ha già intese tecnico-militari, Ucraina compresa. È un nodo delicato: il sostegno a Kiev, contro l’invasione russa, ha finora avuto un voto parlamentare periodico, con il decreto che proroga la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti, mentre l’elenco di ciò che viene inviato resta coperto da segreto.
Le opposizioni chiedono da tempo di rendere pubblico quell’elenco e di vincolare ogni invio a un atto di indirizzo del Parlamento. La Rete Pace e Disarmo ha chiesto che le Camere si esprimano anche sulle autorizzazioni di export commerciale verso l’Ucraina. La questione, in questo caso, non è se aiutare Kiev, ma con quale grado di controllo democratico.
Il quadro: nove miliardi di autorizzazioni
Il tema non è marginale: secondo l’analisi della Rete Pace e Disarmo sulla relazione annuale al Parlamento, nel 2025 il governo ha autorizzato esportazioni di armi per oltre nove miliardi di euro, un aumento che per le associazioni solleva interrogativi sulla coerenza con la legge 185 e con il Trattato sul commercio di armi, ratificato dall’Italia.
Il governo, da parte sua, ha sempre rivendicato la necessità di semplificare e di rafforzare la capacità industriale della difesa, e in passato Crosetto ha parlato di «semplificazione burocratica» a proposito di un altro emendamento sulla difesa, sull’ampliamento di basi e programmi strategici. Spetterà ora al voto del Senato dire se prevarrà l’esigenza di rapidità o quella di controllo.
