Bulgaro a Mondragone: “Lasciateci lavorare nei campi o ci ucciderà la fame”

Il focolaio scoppiato a Mondragone è stato un duro colpo da numerosi punti di vista. La città, che vive principalmente di turismo, si ritrova in ginocchio. Molti cittadini sono nuovamente costretti in casa, e a pagare le conseguenze più pesanti è proprio la comunità bulgara. Lo racconta Dimitrov, uno dei cittadini bulgari che lavorano nei campi di Mondragone, e che in questo momento rischiano di morire di fame.

Non vogliamo che ci tengano in quarantena”, spiega Dimitov al Corriere del Mezzogiorno, “perché a ucciderci non sarebbe il Covid ma la fame, visto che non potremmo più lavorare nei campi“. Come ha recentemente spiegato il sindaco di Mondragone, Virgilio Pacifico, in città esiste un problema di caporalato che adesso sta mostrando tutte le sue lacune.

I braccianti sono costretti a lavorare 12 ore al giorno per appena due euro l’ora (o anche un euro, come nel caso della crisi dovuta all’emergenza Covid). Gli immigrati, insomma, non possono contare su alcuna tutela giuridica o sanitaria, e possono puntare solo a non morire di fame. Adesso, con il nuovo focolaio a Mondragone, è negato loro anche quest’obiettivo.

Se non abbiamo sintomi, se non abbiamo febbre allora lasciateci andare a raccogliere i pomodori nei campi“, chiede Dimitrov, “perché l’estate è l’unico periodo in cui riusciamo a guadagnare qualcosa, visto che veniamo tutti da due mesi di fermo obbligato“.

Nel frattempo, Dimitrov è nuovamente costretto alla quarantena, e con lui tanti altri abitanti di Mondragone: un provvedimento dalle conseguenze imprevedibili, che sta già facendo salire alle stelle la tensione nella città. Basti pensare che nella giornata di ieri si è scatenata una protesta incontrollata della comunità bulgara, che ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine.

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