Michele Ruotolo, addio ad un’istituzione torrese: perché è detto “Piripì”

Oggi Torre del Greco ha perso un pezzo della sua storia, se n’è andato Piripi’, Michele Ruotolo, storico commerciante torrese.

All’età di 91 anni ha lasciato la sua famiglia, un manifesto funebre esposto sulla serranda della nota tabaccheria in via Roma n. 25. ne dà la triste notizia.

Michele Ruotolo, nacque a Torre del Greco il 1928, da Ciro, marittimo e da Anna Intoccia, casalinga e sarta. Il padre nel 1928 emigrò in America, coi fratelli, e dopo circa quattro mesi ebbe un infortuno sul lavoro: un chiodo gli si conficcò sotto un piede. Morì a seguito di una cancrena alla gamba.

Era conosciuto come Piripì perché aveva una grande passione per le galline che custodiva in un recinto in via Libertà n.15. Le lasciava andare libere e poi le richiamava facendo il verso di “piripì, piripì…”.

A raccontare la storia di Piripì e di come nacque questo curioso soprannome fu proprio uno dei figli, Giovanni, su Facebook, nel gruppo Torre del Greco Amarcord.

Mio padre Michele Ruotolo era molto conosciuto unicamente come Piripì. – racconta Giovanni – Immagino che i più saranno curiosi di sapere il perché di questo strangianome. Dovete sapere che mio padre era solito allevare delle galline. Esse razzolavano per tutta via Libertà, su e giù, senza che a nessuno venisse in testa l’idea balzana di rubarne qualcheduna. Che tempi, vero? La sera, poi, per farle rientrare tutte nel negozio, era solito richiamarle con un “ pi, pi, pi, pi “. E siccome i buontemponi non mancano mai, ecco che il figlio di una vicina, una certa Chiarina, ebbe la buona idea di chiamare mio padre “ Piripì”. E da allora è conosciuto solo così. Ed anche noi tutti non siamo conosciuti che unicamente come figli o nipoti di Piripì“.

Mio padre ha avuto una vita durissima. – continua – Il padre non lo ha affatto conosciuto: morì in America nel 28 che lui era appena nato. Rimasto solo con la mamma, giovanissima, già da piccolo si è industriato in mille modi pur di sbarcare il lunario. Erano tempi duri allora, la guerra, la miseria, la fame. Con la mamma abitava in un unico stanzino ubicato in Traversa Libertà, appena un antro oscuro con una sola finestra che dava su un cortile interno. Fu un’infanzia povera la sua, senza giochi, senza alcuna distrazione: lui e la sua povera mamma in questa stanza buia con i muri scrostati ed umidi. Lo immagino solo a guardare la mamma, una povera ragazza, che per racimolare poche lire, passava le giornate a cucire pantaloni e camicie che poi lui consegnava ai clienti. A volte raccontava il suo disagio quando entrava in queste case, comunque modeste, ma che paragonate alla sua davano l’impressione di essere calde ed accoglienti: tavole apparecchiate per il pranzo, i profumi delle pietanze e i bambini intenti nei loro giochi, macchinine, trenini, palloni. Tornava a casa con il magone, si rannicchiava in un cantuccio e piangeva di nascosto per non farsi scorgere dalla mamma“.

Più grandicello – continua Giovanni – e siamo negli anni duri della guerra, senza timore alcuno, con il treno, si spingeva fin verso il Cilento per procurarsi derrate alimentari per poi rivenderle, ciliegie castagne, arance, olio, vino….. Lo si vedeva con il suo carrettino carico di ogni ben di Dio a commerciare nei vicoli di Torre.
Mi raccontava che già allora racimolava un bel po’ di soldi, cosi poteva aiutare la mamma al punto che poi aprì un negozio in via Libertà n 15. Nel frattempo aveva conosciuto una ragazzina graziosa che si chiamava Graziella, la mia futura mamma. Fu un lampo, si innamorarono al primo sguardo.
Non fu un amore facile, la mia nonna paterna non voleva e poi la guerra, siamo nel ’43, li divise per un po’.
Tempi atroci, bombardamenti, morti, ed infine l’arrivo degli americani.
Mio padre che era un ragazzo sveglio si diede al contrabbando di sigarette. Non aveva paura di nulla, e spesso andava a Napoli dove si era creato una vasta clientela, nelle banche od altri uffici.
Quando la vita stava per sorridergli un po’, il dramma. La mamma che nel frattempo si era innamorata di un altro uomo, situazione che lui per niente accettava, lasciata da questo ultimo, cadde in un grave stato depressivo. E cosi una mattina si suicidò lasciandosi cadere dal terrazzo del palazzo in Traversa Liberta: morì la poverina sul colpo in una pozza di sangue. Fu una tragedia immane per lui dalla quale mai si riebbe.
Era il 1946 e poco dopo, proprio nel giorno della proclamazione della Repubblica, i miei genitori si sposarono.

Finalmente la vita iniziò a sorridergli, – racconta – il negozio andava bene, mia madre sbrigava i clienti mentre lui andava a Napoli per rifornire l’emporio. Sulle poche foto che sono riuscito a trovare, mio padre è un giovane smilzo e dallo sguardo acuto e penetrante, infallibile negli affari fino alla spregiudicatezza: un vero bucaniere.
Erano entrambi belli, tutti e due, mio padre e mia madre. E cosi venimmo noi tre fratelli, Ciro, io e Carmine e mia sorella Anna. Devo confessare, che malgrado le privazioni che in quel tempo erano un po’ di tutti, siamo stati una famiglia felice.
Che vita meravigliosa, a vederla a così a tanti anni di distanza. Ricordo alcune sere dietro al porto a mirare le stelle e la luna che illuminava il mare fino a farlo sembrare una lastra d’argento. Mangiavamo quello che nostra madre aveva preparato, certe melanzane a barchetta e poi a volte le ciliegie. Noi a giocare mentre loro in disparte si baciavano. E stato proprio un bel tempo, c’era gaiezza, fiducia nel futuro.
Mio padre era un uomo instancabile, spesso di sera lo vedevamo, al ritorno da Napoli, comparire sulle scale della Ripa, stracolmo di pacchi per il negozio, legati con uno spago che gli segava la spalla. Neanche un cinese di oggi.
Era comunque un uomo prodigo di carezze. Forse non ne aveva tempo o perché lui stesso non ne aveva mai ricevuto. Una delle poche che ricordo, in un cinema, avrò avuto cinque o sei d’anni, seduto in braccio a lui, mi baciava sui capelli..
Mio padre sorrideva poco, anche a tavola era sempre serio forse immerso nelle cose del negozio, e mia nonna, celiando, lo chiamava “’u ciummo abburbato”
Era comunque un uomo intelligente e malgrado avesse fatto appena la terza elementare, aveva
una mente lucidissima al punto poi di crearsi una solida posizione economica: vendeva di tutto finanche i libri di scuola ed il nostro negozio era conosciuto in tutta Torre“.

Nel 1970 Piripì acquistò la tabaccheria in via Roma n. 25, divenuta poi punto di riferimento per tutti i torresi.

FONTI:

– Gruppo Facebook “Torre del Greco Amarcord”

– sito Torreomnia.it