Irlanda costretta a giocare contro Israele: fascia nera al braccio, niente stretta di mano e vittoria per la Palestina

Jack Moylan segna contro Israele e dedica il gol alla Palestina


Il risultato, alla fine, è quasi un dettaglio. Domenica 27 settembre l’Irlanda ha battuto Israele 3-0 nella seconda giornata del Gruppo 3 della Lega B di Nations League, conquistando il suo primo successo nel torneo. Ma a fare notizia, nello stadio Nagyerdei di Debrecen, in Ungheria, non sono stati i gol: sono stati i gesti dei calciatori irlandesi, che hanno scelto di trasformare una partita che la federazione non aveva avuto il coraggio di boicottare in una pubblica dichiarazione di vicinanza al popolo palestinese.

Gli irlandesi sono scesi in campo con una fascia nera al braccio, hanno tenuto il capo chino durante l’inno israeliano, e non c’è stato alcuno scambio di gagliardetti tra le due squadre, un rituale che di norma precede ogni gara internazionale. Dopo aver segnato il terzo gol, il trequartista Jack Moylan si è tolto la fascia nera e l’ha baciata in ricordo delle persone uccise a Gaza, prima di baciare anche la maglia dell’Irlanda: un’immagine destinata a restare, molto più dell’esito del match.

I calciatori irlandesi chinano la testa durante l’inno israeliano

Una partita che l’Irlanda non voleva giocare

Che la sfida fosse tutt’altro che una normale gara di calcio lo si era capito da settimane. In Irlanda il sostegno alla causa palestinese è molto forte e trasversale, e la pressione sulla federazione (FAI) affinché rifiutasse di affrontare Israele è stata altissima. L’ex centrocampista della nazionale Kevin Kilbane, con oltre cento presenze in maglia verde, aveva firmato un intervento sull’Irish Times sostenendo che non si dovrebbe giocare contro Israele, “non quando l’esercito israeliano sta commettendo un genocidio”. Ancora più netta la posizione delle tifoserie della League of Ireland, in larga parte schierate a sinistra e con la Palestina.

La federazione ha scelto comunque di giocare, soprattutto per timore delle sanzioni della UEFA: il ritiro da una partita ufficiale comporta la sconfitta a tavolino per 3-0 e una multa, ma la FAI temeva soprattutto ripercussioni sull’organizzazione degli Europei del 2028, che l’Irlanda deve co-ospitare insieme al Regno Unito. Una scelta di realpolitik che ha lasciato però una ferita nello spogliatoio: il portiere Gavin Bazunu ha deciso di ritirarsi dalla squadra, sostenendo che partecipare alla partita contro Israele fosse sbagliato.

Il compromesso: giocare, ma senza far finta di niente

Per attenuare il caso, la FAI aveva ottenuto dalla UEFA che le due partite del girone si giocassero in campo neutro: quella di domenica in Ungheria, l’unico Paese disposto a ospitare Israele per le sue “gare casalinghe”, e quella di ritorno il 4 ottobre in Serbia, a porte chiuse, su richiesta della stessa federazione irlandese che ha citato “sfide operative” legate all’ordine pubblico in caso di gara a Dublino. Nel comunicare la scelta, la FAI si era detta “profondamente consapevole” delle sofferenze e della devastazione dei civili a Gaza, ricordando di aver sostenuto in sede UEFA una mozione per sospendere la federazione israeliana dalle competizioni europee per violazione dello statuto, e di aver avviato un dialogo con la Federcalcio palestinese.

Il risultato è stato un match surreale: stadio semivuoto, con pochissimo pubblico oltre alle delegazioni ufficiali, e una squadra irlandese che ha usato ogni spazio consentito dal regolamento per far sentire la propria voce. La fascia nera, il capo chino durante l’inno, l’assenza dello scambio dei gagliardetti e il gesto di Moylan sono stati letti da molti osservatori come una presa di posizione politica ben più netta di quanto consentito ufficialmente dalla federazione.


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