Archeologia Vesuvio

Archeo Vesuvio è la rubrica su tutto il mondo dell’archeologia intorno al Vesuvio

Villa dei Misteri

Villa dei MisteriI ritrovamenti negli Scavi di Pompei continuano a darci testimonianza di come si viveva nella città romana, di come era la struttura dei luoghi pubblici e privati, di quali oggetti venivano usati e addirittura ci ha riconsegnato degli scheletri di abitanti.

Ma come ci si vestiva nel mondo romano, in particolare a Pompei? Dopo la scoperta della struttura di una tipica toiletta dell’antichità (utile alle signore per “farsi belle”) e della lingerie femminile usata, sulla pagina Facebook del sito archeologico compare una descrizione dettagliata del vestiario, distinto in due categorie: gli indumenta e gli amictus. I primi erano indossati di giorno e di notte, mentre i secondi venivano calzati solo in una certa parte della giornata.

Nel corredo intimo figuravano il subligaculum (o licium), una sorta di perizoma, perlopiù di lino annodato attorno alla vita, mentre per le donne, era prevista anche una fascia al seno (strophium, mammillare) o una guaina (capetium). Sopra il licium scendeva la tunica (in età imperiale ne erano previste due, una sopra l’altra), stretta in vita mediante una cintura, che poteva essere di lino o di lana, a seconda della stagione.

La tunica femminile era lunga fino ai talloni, con quelle più eleganti (tunicae auratae) erano ricamati con fili d’oro. Le tuniche per i militari, invece, erano più corte rispetto a quelle delle persone comuni, mentre per i magistrati era prevista una bordatura porpora.

Inoltre, in inverno, per far fronte alle rigide temperature, era previsto l’utilizzo di guantoni per le mani e, come amictus, della toga. Quest’ultima era il tipico costume delle più importanti classi romane e consisteva in un ampio e imponente mantello di lana bianca che andava ad avvolgere gli indumenti. In alcuni occasioni formali, però, la toga era sostituita con il pallium, un mantello più pratico e meno ingombrante.

Per quanto riguarda, invece, le donne di alto rango era previsto l’utilizzo della stola: una lunga tunica annodata in vita da una cintura e completata dal supparum (lungo scialle) o dalla palla, grande mantello a pieghe regolari e a tinte forti. Ai piedi venivano calzati, a seconda delle stagioni, dei sandali con lacci, scarpe di cuoio o dei veri e propri stivaletti.

Castellammare di Stabia – La prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Varsavia è tornata, per il quarto anno, alla villa Arianna di Stabiae per occuparsi del restauro di alcuni ambienti. Il progetto, svolto sotto la direzione scientifica del Parco Archeologico di Pompei (ufficio scavi di Stabia) con il coordinamento della Fondazione RAS, ha il supporto del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia.

Fino al 3 agosto, per circa un mese, un gruppo di lavoro coordinato dal vice preside della Facoltà di Conservazione e Restauro dell’Accademia polacca, prof. Krzysztof Chmielewski e dalla professoressa Julia Burdajewicz, è impegnato in interventi di consolidamento e pulitura di due ambienti (il 7 e l’11) entrambi decorati in IV stile.

Nell’ambiente 7, uno dei più belli della villa con affaccio sul mare, è stata realizzata la pulitura delle decorazioni parietali: i sali, la cera usata all’epoca degli scavi di Libero D’Orsi con il trascorrere del tempo avevano offuscato lo splendore delle pitture e reso meno nitidi molti dettagli dei dipinti. Dopo il restauro sono tornati alla luce elementi prima scarsamente percepibili: l’intervento ha rivelato nello zoccolo nero della parete a destra dell’ingresso un cesto sospeso ad un finto soffitto a cassettoni. Inoltre ha restituito il colore originario alle pareti e alle decorazioni e reso molto più visibili dettagli degli elementi decorativi come le immagini di due maschere o il quadretto che raffigura la natura morta composta di fichi e di funghi, posti nella zona superiore della parete sud.

L’ambiente 11, eseguito con una partitura decorativa simile a quella dell’ambiente 7 , si ipotizza eseguito dalla stessa officina pittorica. L’intervento, iniziato quest’anno, ha visto innanzitutto il consolidamento delle pareti che rischiavano di sfaldarsi. Per evitarne il degrado si è proceduto ad un preconsolidamento e poi alla pulitura, sia con impacchi che con l’ausilio di una strumentazione tecnica adeguata, che sta rivelando prime interessanti evidenze pittoriche.

Il lavoro in villa Arianna da parte dell’Accademia di Varsavia sta producendo interessanti risultati da un punto di vista conservativo e di una maggiore vividezza delle cromie delle pareti (come si può vedere negli ambienti 44 e 45 già restaurati).

Il gruppo di lavoro di una delle più prestigiose accademie di restauro europee è composto oltre che dai professori anche da 5 studenti di livello avanzato che hanno così l’occasione di mettersi alla prova sul campo in un contesto d’eccezione

Siamo molto contenti di lavorare anche quest’anno a Villa Arianna – afferma il professore Krzysztof Chmielewski – Ringraziamo il Parco Archeologico di Pompei, il sostegno della Fondazione RAS, per l’occasione data a noi e ai nostri studenti di poter lavorare al restauro di decorazioni di grande importanza. Dopo la pulitura l’ambiente 7 probabilmente sarà il più bello di Villa Arianna e ci inorgoglisce aver contribuito a riportare ad antico splendore questa meravigliosa abitazione romana“.

Foto Facebook di Tonino Santucci

Un luogo dove potersi rifocillare, riposarsi, ma anche una stazione di sosta per i cavalli. E’ questa l’ipotesi più probabile secondo gli studiosi che hanno riportato alla luce i resti di un tratto di strada della Via Appia, un’antica strada che collegava Roma a Brindisi. La scoperta arriva da un’equipe di Archeologi dell’Università di Salerno, guidata da Alfonso Santoriello, docente di Archeologia del paesaggio.

Questo tratto di strada è lungo circa 14 metri e risale al terzo secolo a. C. “Sicuramente è un pezzo dell’Appia antica – dichiara Santoriello a Repubblica -. Costeggiava un abitato, all’interno del quale abbiamo rinvenuto un importante quartiere artigianale che si estende per 400 metri quadrati, databile tra il primo secolo avanti e il primo dopo Cristo“.

Una scoperta ancora ricca di sorprese. Come spiega Paolo De Luca nel suo pezzo su Repubblica, il sito potrebbe essere stato non solo un’antica stazione di sosta, ma addirittura un piccolo e vivace nucleo abitativo. L’ipotesi, alquanto suggestiva, è quella che lo scavo sia ciò che rimane di Nuceriola, scalo principale dell’Appia prima di Beneventum.

Un sito che ha “ancora molto da raccontare“, come spiega Santoriello, tant’è che nel 2016 fu ritrovata un’epigrafe risalente al 42 a.C. riportante la ricostruzione di un “censorium”, un tipo di edificio governativo. Per questo motivo, quindi, Santoriello ha deciso di istituire una campagna crowfunding, al fine di sostenere economicamente le attività svolte dagli archeologi, che potrebbero portare a nuove scoperte.

Un team di archeologi dell’università di Salerno ha fatto riemergere un tronco dell’antica via Appia, l’antica “autostrada” dei romani. Si tratta della diramazione della strada che collegava Roma alla Puglia ed, in particolare, del tratto tra Benevento ed Apice, nel Sannio.

Il ritrovamento consiste in un tronco lungo 14 metri e largo più di 5 databile nella sua costruzione fra il I sec. a.C. ed il 50 d.C.. Insieme alla strada è riemerso anche un insediamento adiacente munito di fornaci per la produzione di terracotta in argilla. Questo significa che il tretto in questione era anche un importante centro per gli scambi ed i commerci.

Come annuncia Repubblica, il team di archeologi, tutti studenti e ricercatori dell’ateneo salernitano, è guidato dal professore Alfonso Santoriello.

 

Pompei – Recenti indagini archeologiche presso la necropoli di Porta Stabia, forniscono nuovi elementi utili a comprendere la complessa articolazione spaziale di quest’area di Pompei, che presto sarà restituita alla pubblica fruizione.

Lungo la via Stabiana, immediatamente fuori l’omonima porta di accesso alla città antica, in un’area adiacente alla tomba monumentale di Gnaeus Alleius Nigidius Maius, portata alla luce lo scorso anno, sono stati avviati alla fine del 2017 interventi di restauro e valorizzazione di altre due monumenti funebri. Si tratta di due tombe a camera denominate “Tomba A” e “Tomba B” già scavate nel 2001 e ubicate in uno spazio delimitato da un marciapiede e da muretto in opera reticolata parzialmente rivestito di intonaco.

Le attività di scavo sono state finalizzate a rimettere in luce e a documentare il percorso stradale. Il basolato stradale infatti era interamente ricoperto da uno spesso strato di accumulo alluvionale che ha restituito una grande quantità di reperti ceramici, in vetro come unguentari e pedine ma anche un anello d’oro con teste di serpente affrontate e con occhi in pasta vitrea.

La rimozione di questo strato di accumulo rivelò a sud della tomba A una struttura muraria non finita, di forma sub-quadrata. Queste evidenze sono verosimilmente pertinenti ad una terza tomba rimasta incompleta a seguito dell’abbandono del cantiere, come indicherebbero i blocchi di tufo e lava rinvenuti nelle immediate vicinanze e pronti per essere impiegati nella costruzione, ed anche un cumulo di schegge di lava e blocchetti.

La tomba B,di forma rettangolare, è costituita da due filari di blocchi parallelepipedi di calcare bianco; la tomba aveva probabilmente un coronamento a forma di ara. L’interno, intonacato, presenta su tre lati nicchie di forma rettangolare, mentre sul quarto si accede alla camera. Al momento degli interventi di restauro all’interno della camera sepolcrale, che si presentava in condizioni di elevato degrado, si scoprì che solo quattro delle nove urne fittili murate nelle due banchine lungo i lati della camera erano state precedentemente svuotate, probabilmente durante le esplorazioni ottocentesche che portarono alla spoliazione del rivestimento calcareo della parte superiore della tomba e all’asportazione delle urne di vetro nelle nicchie.

Delle 5 urne non precedentemente svuotate, due hanno restituito le ceneri dei defunti, mentre altre due contenevano i resti dell’ustrinum (rogo funebre) quali balsamari in vetro deformati dal calore, e in un caso una moneta posta come obolo carontis. I resti antropologici sono attualmente in corso di studio da parte di H. Duday. Alcune urne conservavano il coperchio posto a chiusura ma in posizione capovolta. Sul pavimento in cocciopesto è stato ritrovato anche un condotto fittile per le libagioni in onore dei defunti che avevano luogo durante le varie festività; il condotto era chiuso da un elemento in marmo.

La tomba A è una struttura di forma quasi quadrata costituita da un alto basamento di blocchi parallelepipedi in tufo grigio uniti tra loro da grappe metalliche, su cui poggiava la copertura, costituita da una serie di piccoli gradini di terra, pietre laviche, schegge di calcare e malta, di cui almeno quello inferiore era ricoperto da lastrine rettangolari di marmo bianco, alcune delle quali ancora conservate in sito. All’interno della camera sepolcrale vi sono delle nicchie ricavate sui tre lati del muro in laterizio.

Al momento dello scavo condotto nel 2001 si rinvennero due urne cinerarie in vetro con coperchio; la tomba conteneva inoltre due colombe in vetro soffiato e una brocca di piccole dimensioni. L’accesso alla tomba è situato sul lato meridionale ed è chiuso da una porta in calcare sulla quale sono leggibili due tituli picti. La porta presenta all’esterno un anello in ferro e un sistema di chiusura sulla parte interna in bronzo, e cardini in bronzo.

La porta era chiusa al momento dello scavo ed è stata aperta per i lavori di restauro, mostrando il perfetto funzionamento, a 2000 anni di distanza, del sistema di chiusura romano. Sulla parte superiore della porta è presente un’iscrizione, un titulus pictus, che riporta “Iarinus Expectato / ambaliter unique sal(utem) / Habito sal(utem)” “Iarinus saluta Expectato, amico per sempre; saluti a Habito”. Sopra il nome di Habito qualcuno disegnò un fallo.

Foto di Massimo Osanna

Una grande stagione di scavi archeologici quella che sta vivendo quest’anno Pompei. Dopo le grandi sorprese della Regio V, il direttore Massimo Osanna ha annunciato nuove esplorazioni anche nella Regio VIII.

Una parte della città, infatti, è ancora sepolta sotto strati di cenere e lapilli da quel maledetto pomeriggio del 79 d.C. “Regio VIII, cominciati i nuovi scavi al santuario di Esculapio in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II“, così ha commentato Osanna su Instagram.

L’entrata al temenos (recinto sacro) del santuario si trova lungo via di Stabia: si accede al portico ed al cortile, dove al centro vi è un altare in tufo nocerino. Una scalinata conduce al podio del tempio: quattro colonne nella facciata e due ai lati, precedevano la cella che aveva sul fondo la base per le statue di culto.

L’edificio è datato tra il III e il II secolo a.C. con restauro di età sillana (80 a.C.). Inizialmente il santuario era stato attribuito a Giove Meilichio (‘dolce come il miele’) per via di una iscrizione rinvenuta a Porta di Stabia: con questo appellativo, comune alle dee Hera e Afrodite, Zeus/Giove è venerato soprattutto in Grecia, connesso a divinità dell’oltretomba ed a riti misterici.

Di recente è stata ripresa una vecchia tesi che attribuisce il tempio al culto di Asclepio (Esculapio per i romani) e Igea, sulla base delle statue di terracotta e di altri oggetti di culto trovati nel tempio.

Asclepio o Esculapio è un personaggio della mitologia greca. Figlio di Apollo e di Arsinoe secondo Esiodo, oppure di Apollo e Coronide per Pindaro, è un semidio e dunque uomo mortale per Omero: si diceva fosse stato istruito nella medicina dal centauro Chirone, o che avesse ereditato tale proprietà dal padre Apollo. Divenne poi il dio della medicina e venerato dagli infermi.

In Grecia, Asclepio veniva invocato per le guarigioni ed era il dio dei serpenti. Molti riferimenti ad Asclepio sono stati ritrovati anche in ambito “occulto”: la sua capacità di riportare in vita i morti lo rendeva difatti anche il dio invocato dai negromanti. Il suo culto aveva il suo centro ad Epidauro, ma era onorato anche a Pergamo.

Esculapio è l’adattamento latino (Aesculapius) del nome greco Asklepios, ma si tratta dello stesso dio. Il suo culto fu introdotto a Roma sull’Isola Tiberina nel 291 a.C.

Pompei – Ritrovato il cranio del “fuggiasco”, la prima delle vittime emerse nel cantiere dei nuovi scavi della Regio V, di cui finora era stata rinvenuta solo una parte dello scheletro. Massimo Osanna, soprintendente degli Scavi di Pompei, aveva già annunciato tale ritrovamento nel corso di un intervento all’Ansa.

In una prima fase dello scavo sembrava che la porzione superiore del torace e il cranio, non ancora identificati, fossero stati tranciati e trascinati verso il basso da un blocco di pietra che aveva travolto la vittima: tale ipotesi preliminare nasceva dall’osservazione della posizione del masso rispetto al vuoto del corpo impresso nella cinerite.

Il prosieguo delle indagini all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, laddove erano emersi i primi resti scheletrici, ha portato alla luce la parte superiore del corpo, ubicata a quote decisamente più basse rispetto agli arti inferiori.

La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico, ancora inserito nella stratigrafia originaria.

La morte non è stata quindi presumibilmente dovuta all’impatto del blocco litico, come ipotizzato in un primo momento, ma da probabile asfissia dovuta al flusso piroclastico.

I resti scheletrici individuati consistono nella parte superiore del torace, arti superiori , cranio e mandibola. Attualmente in corso di analisi, presentano alcune fratture la cui natura sarà verificata, in modo da poter ricostruire con maggiore accuratezza gli ultimi attimi di vita dell’uomo.

Entrata Teatro

E’ di pochi giorni fa la notizia della sua riapertura: dopo venti anni di oblio ritornerà a splendere e verrà restituito al pubblico.

Il teatro romano di Ercolano fu sepolto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. e ritrovato dopo gli scavi archeologici nell’antica città: fu il primo edificio ad essere scoperto nell’area vesuviana.

Fu costruito in un’area nei pressi del Foro durante i primi anni dell’età augustea e poteva contenere circa duemilacinquecento persone. Subì danni durante il terremoto del 62, ma fu durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che venne ricoperto da uno strato di ceneri, lapilli e fango, che solidificandosi produsse un solido strato di tufo, conservandolo intatto nel tempo.

Colonne e capitelli

Il teatro di Ercolano fu scoperto per caso nel 1710, quando un contadino, Ambrogio Nocerino, detto “Enzechetta”, scavò un pozzo per irrigare il suo orto e trovò alcuni pezzi di marmo che vendette poi ad un artigiano di Napoli. Emanuele Maurizio d’Elboeuf, per il quale l’artigiano lavorava, decise di acquistare il pozzo e iniziò ad indagarvi tramite cunicoli sotterranei. Nei primi scavi fu esplorata la zona del frontescena, del palcoscenico e dei tribunalia (posti riservati a personaggi importanti), nei quali furono rinvenute otto statue femminili e una maschile, colonne in marmo, un dolia (grosso contenitore in terracotta, usato per la conservazione di olio o vino) e un architrave.

Pozzo scavato da “Enzechetta” dal quale si scoprì il teatro

Nel 1738 iniziarono gli scavi sistematici, le prime mappature del sito e le pubblicazioni: il teatro romano di Ercolano divenne soggetto preferito dai giovani del Grand Tour. Durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato come rifugio antiaerei e dopo brevi campagne di scavo il teatro venne chiuso nel 1998. Il teatro oggi è ancora sepolto sotto la coltre di tufo ed è visitabile solo attraverso stretti cunicoli.

Resti di affreschi parietali e iscrizione dedicata al proconsole di Ercolano Marco Nonio Balbo

La facciata esterna presentava due ordini di archi a tutto sesto poggianti su piedritti in laterizio: la penultima arcata era decorata con lesene, capitelli corinzi e cassettone a stucco. La summa cavea era composta da tre grandini, protetta da un parapetto in tufo e vi era una porta che conduceva ad uno dei tribunalia. La media cavea comprendeva sedici file di sedili in tufo ed era divisa in sei settori tramite sette scalette: originariamente era rivestita in marmo, asportato durante le esplorazioni borboniche.

Pianta di Giovanni Battista Piranesi (1740 ca.)

L’orchestra di forma semicircolare, era pavimentata con lastre di marmo bianco e giallo antico: qui vennero ritrovati due seggi in bronzo, dedicati a Balbus e Pulcher (rispettivamente proconsole e console di Ercolano). Nei pressi del palcoscenico vi è il pulpitum, realizzato in mattoni e ricoperto in marmo, mentre la scena è in opera laterizia e si divide in due livelli con al centro una grossa esedra con la porta regia ed ai lati due porte hospitales. Alle spalle della scena vi è un lungo corridoio utilizzato dagli spettatori durante gli intervalli dello spettacolo.

Per info sulla visita, clicca qui;

Per orari e prezzi, clicca qui!

 

Plastico del teatro, Archivio Sommer

Fonti:

– www.ercolano.unina.it

– Arnold De Vos; Mariette De Vos, Pompei, Ercolano, Stabia, Roma, Editori Laterza, 1982

– Parco Archeologico di Ercolano, sito ufficiale

reperto Paestum

Paestum – La nostra feconda terra di cultura continua a partorire bellezze antiche e reperti archeologici che affascino e incantano gli occhi di studiosi ed esperti di archeologia e storia. Ultima scoperta è avvenuta a Paestum durante il solito appuntamento che si ripete ormai da 17 anni con la Società Friulana di Archeologia Onlus, sempre disposta a venire nella incantevole Paestum per aiutare nella pulizia dell’area attorno ai templi.

E sono stati proprio loro a scoprire un un frammento di un cratere ateniese di VI secolo avanti Cristo, su cui si riconosce una parte di una biga con cavalli e auriga, dietro il quale ci doveva essere un altro personaggio con lancia.

Il reperto è stato consegnato laboratorio di restauro del Parco Archeologico di Paestum, che procederà alle analisi del caso per dare una maggiore e più dettagliata descrizione del reperto.

Chiunque passi per la via Appia, il tratto di strada tra il Comune di Caserta e quello di Santa Maria Capua Vetere, non può fare a meno di voltare lo sguardo verso questo grande monumento romano. Quasi nascosto dalle abitazioni moderne e affiancato da un supermercato, le Carceri Vecchie sono la tomba antica più grande della Campania.

La denominazione “Carceri Vecchie” deriva dall’errata credenza che in antico vi fosse una galera per i gladiatori che combattevano nel vicino Anfiteatro Campano. In realtà si tratta di un sepolcro di età imperiale, databile al I secolo d.C. E’ costituito da una pianta centrale con corpo anulare esterno e uno più interno cilindrico, le murature esterne sono in opus reticulatum (per vedere le varie tecniche murarie dei romani, clicca qui!) in calcare e ricorsi in opus latericium, all’interno si ripete l’opera reticolata.

Particolare dei paramenti murari

La facciata del tamburo esterno è scandita per oltre la metà da nicchie alternate a fondo piano e curvo con copertura a calotta rivestita in origine da stucco modellato a valva di conchiglia. Le nicchie sono separate da semi colonne tuscaniche rivestite anch’esse di stucco scanalato. Il corpo centrale è collegato a quello esterno tramite setti radiali che lasciano grossi spicchi vuoti tra le due strutture i quali forse erano ricolmi di terra con alberi, ad imitazione del mausoleo di Augusto a Roma.

La camera funeraria è a croce greca e sotto il pavimento si trova la cassa di tufo per la deposizione. Sormontata da una volta a crociera le pareti sono decorate da preziosi frammenti di antiche pitture, che dovevano essere nel III stile pompeiano con leggere edicole su fondo bianco. Sulla destra è visibile un grande graffito raffigurante un cervo.

Interno della camera sepolcrale (volta a crociera e affreschi)

Verso la metà dell’Ottocento fu costruita la chiesetta della Madonna della Libera che occupò parte dell’antico ingresso al mausoleo e attraverso una botola nel pavimento si accede alla camera sepolcrale. La grandezza del monumento e la sua posizione, ubicato lungo la via Appia e di fronte al fondo Patturelli, avvalora l’ipotesi che la tomba appartenga ad una personalità importante di quella che fu l'”Altera Roma“.

Ingresso della chiesa della Madonna della Libera (metà ‘800)

Le “Carceri Vecchie” sorgevano lungo l’antica via Appia in direzione Calatia (odierna Maddaloni), a breve distanza dalle mura cittadine di Capua Antica e facevano parte della necropoli orientale della città, una zona che sin dall’età sannitica era destinata a sepolture di prestigio. Insieme alla vicina “Conocchia” rappresenta uno degli elementi più identificativi del paesaggio della Capua Vetus.

Il sito oggi è visitabile solo su prenotazione.

Particolare del tamburo

 

Fonti:

– Alfonso de Franciscis, Roberto Pane, Mausolei romani in Campania, Napoli 1957, pp. 86-104.

– Pierre Gros, L’architecture romaine, II. Maisons, palais, villas et tombeaux, Paris 2001, pp. 433-434.

– Stefano De Caro, La terra nera degli antichi campani, Napoli 2012, pp. 59-60.

Nella spettacolare cornice di Baia, una frazione del comune di Bacoli, sorge una costruzione risalente al periodo della dominazione aragonese nella città di Napoli, il Castello Aragonese di Baia.
Edificato verso la fine del XV secolo, precisamente nel 1495, per volere del re Alfonso II d’Aragona, assunse notevole importanza per il controllo e la difesa della zona dagli attacchi e dalle frequenti invasioni dei saraceni.

La fortezza è situata su un panoramico promontorio dal quale è possibile ammirare Cuma, il Golfo di Pozzuoli e le isole di Capri, Ischia e Procida, ed è protetta ad est da un alto dirupo a picco sul mare e ad ovest dalla profonda depressione creata dalle ampie caldere – conche di forma circolare o ellittica – di due vulcani definiti “Fondi di Baia”.

L’aspetto che oggi la fortezza assume è l’insieme di più opere di rifacimento avvenute nel corso dei secoli. Quella più significativa fu l’azione di restauro, che ne modificò l’aspetto primitivo, attuata dal vicerè Pedro Alvarez de Toledo a seguito dell’eruzione, nel 1538, del Monte Nuovo, che danneggiò fortemente il Castello. Altri importanti interventi furono condotti nel XVI e nel XVII secolo rispettivamente dall’architetto Benvenuto Tortorelli e dall’ingegnere della Real Corte Francesco Antonio Picchiatti.

Il castello fu inoltre scenario privilegiato di numerosi eventi: nel Settecento fu occupato, per circa un trentennio, dalle truppe austriache e fu occupato per un breve periodo dalle truppe francesi di Giuseppe Bonaparte; durante invece la prima guerra mondiale fu utilizzato come luogo per la custodia dei prigionieri di guerra e nel 1926 per volere dell’Alto Commissariato della Provincia e del Comune di Napoli, la fortezza, attraverso l’Ente Orfanotrofio Militare, fu scelta come sede per ospitare gli orfani dei combattenti caduti in guerra. L’orfanotrofio rimase in vita fino al 1975, anno in cui l’ente fu sciolto.

A partire dal 1984, data la sua interessante posizione a metà strada tra Cuma e Pozzuoli, fu stato scelto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Napoli e Caserta, come sede del Museo Archeologico dei Campi Flegrei.

Fonte

Le elezioni e la propaganda politica non sono un elemento contemporaneo della vita civile ma hanno radici profonde nell’antichità. Attraverso le testimonianze che ci ha restituito Pompei è stato possibile scoprire e ricostruire come avveniva la campagna elettorale.

Il sito archeologico vesuviano, grazie all’eruzione del 79 d.C., ha conservato molteplici scritte elettorali dipinte sui muri degli edifici pubblici. Ogni anno i cittadini in primavera era chiamati ad eleggere quattro magistrati, due duoviri a cui spettava il potere esecutivo e due aediles, a cui era affidata la cura dei pubblici servizi. Prima dell’elezione c’era una forte campagna elettorale che si svolgeva in due modi, uno simile al nostro, l’altro quasi inedito per noi.

COME SI SVOLGEVA LA CAMPAGNA ELETTORALE

Il candidato che concorreva alla carica politica organizzava la propaganda con un grande dispendio di denaro per convincere gli elettori a votarlo. Questo è testimoniato sia dalle iscrizioni elettorali, in cui compare il nome del candidato e la carica per cui concorre, sia da quelle iscrizioni con fac in cui il candidato stesso o chi per lui esorta un personaggio ad essere rogator, ovvero a sostenerlo.

C’era poi la propaganda fatta dal popolo stesso, dagli elettori che esprimevano il proprio sostegno ad un candidato piuttosto che ad un altro. A testimonianza di questa altra modalità di fare campagna elettorale ci sono i programmata, ovvero delle iscrizioni parietali, dipinte sui muri, in cui compaiono, oltre al nome del candidato e della nomina a cui concorre, anche i nomi di uno o più sostenitori che invitano la cittadinanza a votare per quel candidato.

I candidati dovevano presentare ad un consiglio una professio nominis, cioè una dichiarazione ufficiale. Il consiglio poi decideva se accettare o meno i candidati e poi pubblicava la lista (proscriptio), l’accettazione delle candidature al magistrato incaricato (professiones petentium) e infine la pubblicazione dei nomi.

Per ottenere fiducia e voti i candidati si affidavano a personaggi influenti che erano a capo di comitati elettorali. Attraverso i programmata si poteva sostenere il proprio politico esaltandone anche le doti morali. Infatti, sono state trovate iscrizioni che recano alcuni appellativi: vir bonus et egregius (galantuomo), verecundissimus (assai modesto), dignissimus (molto virtuoso), benemerens (meritevole d’ogni bene), frugis (parco), integrus (integerrimo), innocens (incapace di far del male).

Finite le elezioni venivano dipinti i nomi dei vincitori. Le scritte erano rosse o nere su una base bianca ed erano realizzate dagli scriptores, professionisti dei manifesti. Di solito li facevano di notte. La vera e propria propaganda si svolgeva soprattutto nei thermopolia. Le strade poi si affollavano durante la campagna elettorale. Anche se le donne non avevano diritto di voto, si appassionavano alla politica.

Dunque, cambiano gli scenari, i personaggi, ma la politica resta uno dei temi più sentiti dal popolo e la propaganda elettorale continua nei secoli ad essere fondamentale per convincere la popolazione a votare un candidato o un partito.

Fonti:

– “La propaganda elettorale a Pompei: la funzione e il valore dei programmata nell’organizzazione della campagna” di Raffaella Biundo

– www.mediterraneoantico.it

Un capolavoro digitale che in 8.39 minuti, ricostruisce meticolosamente una delle tragedie più conosciute della storia: l’eruzione che nel 79 D.C.  distrusse la città di Pompei. Il video fu presentato in una mostra tenuta al Melbourne Museum nell’ottobre del 2009, l’effetto scenico fu implementato anche da un mini-surround sound cinema  creato ad hoc che contribuì a rendere il più possibile realistica la sequenza video.

Prodotto dalla Zero One Studio Animation, il video ha dato ai visitatori la possibilità di percepire il dramma e il terrore dei cittadini di Pompei del 79 D.C. spazzata via  in poco più di 48 ore dalla “rabbia” del Vesuvio. I tecnici della Zero Sound dedicarono al video una lunga fase di progettazione e preparazione, solo per rendere il più fedele possibile l’eruzione del Vesuvio spesero cira 3 mesi e affinché nessun particolare fosse trascurato lavorarono a stretto contatto con il personale del  Melbourne Museum, con l’ausilio di documenti, articoli e immagini.

Il Vesuvio per tutta la durata del filmato viene “osservato” dall’alto di una villa del centro cittadino; l’inquadratura non cambia mai, sicché lo spettatore ha la possibilità di osservare secondo per secondo gli effetti devastanti dell’eruzione. Con oltre 330.000 visitatori, per una media di oltre 2.700 al giorno, diventò la mostra itinerante più popolare mai messa in scena da un museo australiano.

Napoli – Lo stretto legame fra i napoletani ed il concetto di morte è evidente in ogni angolo della città: basti pensare alla reale venerazione che ricevono i resti del Cimitero delle Fontanelle o all’ironia tragica che caratterizza il nostro popolo. Questo rapporto esiste da tempi insospettabili, precedenti persino alla stessa nascita di Napoli. A pochi passi dalle Fontanelle, sepolti sotto i palazzi e le strade della Sanità, esistono ancora i cosiddetti Ipogei Ellenistici.

Le antiche sepolture, circa 150, si sviluppano per circa un chilometro tra via Arena alla Sanità, via Santa Maria Antesaecula, via Vergini, via Cristallini, via Foria e vico Traetta, fino al dorso della collina di Capodimonte. Una vera e propria necropoli, venutasi a creare intorno al IV secolo a.C., che era inizialmente a livello del suolo ed i sontuosi ingressi delle tombe erano ben visibili: oggi, invece, sono situati tutti ad almeno 10 metri di profondità.

Gli ipogei ospitavano i resti mortali dell’aristocrazia del tempo. Per questo motivo erano tutti particolarmente sontuosi, ornati con statue dai colori vivaci, affreschi e colmi di ricchezze. Una rappresentazione tangibile dell’arte del tempo: caratterizzata, ovviamente, da quella greca, ma con caratteri sannitici e, persino, influenze dell’arte egizia ed orientale. Un chiaro esempio di come, sin dagli esordi, l’antica Neapolis raccogliesse culture e conoscenze da tutto il Mediterraneo.

Purtroppo, come racconta anche il Corriere del Mezzogiorno, lo stato di conservazione di questi tesori del sottosuolo è drammatico. Nel corso dei secoli gli ipogei sono stati utilizzati per qualunque scopo: da cisterne per l’acqua a rifugi durante la guerra, fino a divenire, alcuni, discariche per materiali edili. Da anni l’associazione Celanapoli, presieduta da Carlo Leggieri, si occupa di tutelare questo inestimabile patrimonio dall’incuria e dagli agenti atmosferici, riuscendo anche a riportare alla luce meraviglie sepolte.

Casa del Fauno

Casa del FaunoEdifici imponenti, strutture che resistono al tempo, le costruzioni di epoca romana destano sempre meraviglia e stupore per la loro grandezza e resistenza, per questo ci si chiede spesso come venivano realizzati.
Anche nel mondo romano, prima di mettere su una costruzione, vi era tutto un processo di lavorazione della materia prima che gli archeologi hanno saputo ricostruire grazie ai tanti resti che oggi troviamo in diverse città italiane, oltre che alle diverse fonti storiche e letterarie.

La qualità della materia prima era fondamentale perché implicava e influiva sull’uso di una tecnica costruttiva rispetto ad un’altra. Nel cantiere di lavoro le competenze e i livelli tecnologici raggiunti da quel gruppo o da quella comunità, poi si trasmettono di volta in volta ad altre comunità.

Prima del lavoro in cantiere c’era la fase molto importante di approvvigionamento della materia, che era caratterizzato dall’utilizzo di litotipi locali. La scelta di un certo tipo di materiale identificava anche lo status sociale dell’edificio, il suo carattere ideologico: il materiale usato, per esempio, per costruire un tempio non era lo stesso usato per costruire una casa.

Esistevano delle cave di coltivazione da cui si attingeva per reperire il materiale. Lo studio delle cave ci dà informazioni sulle caratteristiche dell’architettura di una comunità. Prima, dunque, del lavoro di cantiere di costruzione, vi è quello del cantiere di cava che prevede le seguenti fasi:

– estrazione
– lavorazione preliminare
– trasporto

Una volta trasportato il materiale, nel cantiere vero e proprio si definisce un’organizzazione che non è così distante da quella nostra attuale. Il cantiere prevedeva un architetto progettista, che era una figura piuttosto ambigua: inizialmente era un capomastro, un capocantiere, con esperienza di carpentiere, un po’ diversa dalla figura odierna di architetto. Con il tempo però diventa una figura sempre più teorica e meno pratica, con una formazione matematica e filosofica. Segue la nascita dell’edificio, diventando una figura di riferimento, un supervisore. L’architetto, inoltre, disegnava il progetto avvalendosi di modelli.

C’erano poi tagliatori di pietra, scultori, carpentieri, modellatori di cera, pittori, fabbri. Non erano degli schiavi ma dei veri e propri lavoratori che erano pagati a seconda della mansione che svolgevano.
Una volta definiti i ruoli si passa all’azione con le diverse fasi costruttive. Si realizza la fossa dove verrà alloggiata la fondazione. La fossa può essere sia più larga della fondazione sia combaciare con essa. Solitamente la fondazione era riempita con materiale cementizio.

Il passaggio successivo è la messa in opera dei blocchi con particolari tecniche di sollevamento che dal mondo greco al mondo romano rimangono le stesse con alcuni miglioramenti. I blocchi tra loro venivano fissati con un legante, di solito si usava la malta.

A seconda di come venivano posizionati i blocchi di pietra o di marmo otteniamo le diverse tecniche costruttive che oggi possiamo ammirare nei vari siti archeologici vesuviani e campani.
Innanzitutto si possono distinguere tre grandi macroaree: la struttura a grandi blocchi, le strutture miste e le strutture con pietre di piccole dimensioni.

Da “Pompei, Oplontis, Ercolano, Stabiae”

Delle strutture a grandi blocchi fanno parte l’opera poligonale (poligonalis) o opus siliceum e l’opera quadrata.
Opera poligonale o opus siliceum: la tecnica consisteva nel disporre grandi blocchi, tagliati in maniera rozza, senza forma, disposti l’uno sull’altro senza l’uso del legante. Essendo molto imponente e solida veniva utilizzata soprattutto per cinte murarie difensive. Attestata in particolare nel Lazio o comunque nell’Italia centrale.

Villa dei Misteri
Villa dei Misteri, colonne in opera quadrata
Tempio di Apollo a Pompei, opera quadrata.

Opera quadrata: si costruiva con blocchi tagliati in forma di parallelepipedi e disposti in filari orizzontali. Le più antiche testimonianze di questa tecnica risalgono al VI secolo a.C. e sono attestate perlopiù a Roma. L’opera quadrata si adattava soprattutto ad edifici regolari, generando non solo una stabilità dei singoli elementi ma ottenendo anche un ottimo risultato estetico. L’architettura pompeiana di IV e III secolo a.C. offre esempi di rozzi muri di calcare; con l’utilizzo successivo del tufo vulcanico inizia la creazione di edifici bellissimi in cui i tagliatori di pietre mostra la loro grande maestria. Ne troviamo un esempio nella facciata del Tempio di Apollo. Anche le colonne venivano spesso realizzate con la tecnica dell’opera quadrata, come ad esempio le colonne di Villa dei Misteri a Pompei.

Delle strutture miste fanno parte: la struttura a scacchiera, l’opus africanum, l’opus craticium.
Struttura a scacchiera: consisteva nell’alternare grandi blocchi squadrati, come riempimento venivano utilizzati pietre di minori dimensioni. Abbiamo attestazioni in Campania solo a Velia del III secolo a.C.

Opus africanum, detto anche opera a telaio: nasce in Africa, da qui il nome africanum, ed è costituito dall’alternarsi di catene verticali di blocchi con catene orizzontali, le ultime più larghe delle prime. Il periodo di maggiore diffusa di questa tecnica a Pompei è tra la prima metà del III e il secondo quarto del II secolo a.C.

Opus craticium

Opus craticium o opera a graticcio: è la tecnica di costruzione mista più diffusa nell’architettura romana. Nonostante ciò è la tecnica che ha lasciato meno evidenze archeologiche, gli unici esempi li troviamo a Pompei ed Ercolano, ancora una volta fonti preziose di informazioni sugli antichi Romani. L’opus craticium consiste nell’impiego di un’intelaiatura di legno, i cui spazi di risulta vengono riempiti con un miscuglio di pietrame, malta e argilla. Esempi li troviamo nel Collegio degli Augustali ad Ercolano.

Opus incertum

Opus incertum: è una tecnica che prevede la messa in opera di pietre piuttosto piccole e informi, non è altro che il rivestimento dell’opus caementicium, cioè della muratura in pietrisco legato con malta. Ricorre già a partire dal III secolo a.C. In quasi tutti gli edifici, sacri e privati di Pompei possiamo trovarne attestazioni.

Esempio di opus reticulatum a Ercolano

Opus reticulatum: vengono disposti blocchetti quadrati di tufo grigio o giallo secondo un asse inclinato di 45°. Tutto ciò permette di velocizzare il lavoro e di produrre virtuosismi tecnici. Ad Ercolano abbiamo esempi nella Casa del Salone Nero e a Pompei nella Casa dei Dioscuri.

Opus vittatum: è forse la tecnica più logica; consiste nel disporre semplicemente blocchetti quadrangolari della stessa altezza su filari orizzontali. Molto diffusa in età augustea, infatti è attestata nei più importanti edifici pubblici costruiti proprio durante il I secolo a.C.

Opus mixtum o opera vittata mista: consiste nel disporre in maniera alternata mattoni e blocchetti di forma parallelepipeda di travertino o di tufo grigio. La porta di Ercolano a Pompei, per esempio, presenta un paramento in opera incerta e catene angolari in opera mista. Molte strutture furano restaurate con questa tecnica dopo il terremoto del 62 d.C.

Casa dei Mosaici, Pompei, esempio di opus testaceum

Opus testaceum o opera testacea: consiste nell’uso del laterizio, ovvero il mattone cotto (testa). Gli elementi più antichi degli edifici di Pompei sono realizzati con questa tecnica. Per esempio nella Casa del Fauno, nella Basilica o nella Casa dei Mosaici.

Tecnica a pisè o opus formaceum: è un sistema di messa in opera dell’argilla cruda che prevede la costruzione di casseforme lignee entro cui il materiale edilizio viene costipato mediante l’uso di una pesante mazza di legno (il mazzapicchio).
A Pompei, l’impiego della tecnica a pisè è attestato in alcune abitazioni di III secolo a.C., (Casa delle Vestali, Casa del Centauro.

Fonti:

– “Le tecniche edilizie” in “Pompei, Oplontis, Ercolano, Stabiae” di F. Pesando e M.P. Guidobaldi, 2006
– “L’arte di costruire presso i Romani: materiali e tecniche” di J.P. Adam, 1984

Casa del Marinaio

Grazie al Grande Progetto Pompei, di restauro strutturale e di restauro degli apparati decorativi sia parietali sia pavimentali vengono restituite al pubblico la Casa del Marinaio, sita in una zona panoramica della città antica, nei pressi del Foro e il Complesso di Championnet, un intero quartiere residenziale a sud del Foro e della Basilica, posto tra la terrazza del santuario di Venere ad ovest e le Terme del Sarno a sud- est, da anni interdetto al pubblico.

La domus del Marinaio, portata alla luce nel 1871, deve il suo nome al mosaico posto all’ingresso che raffigurava sei navi ormeggiate in rispettivi arsenali, probabilmente simbolo del porto sicuro che la casa rappresentava per i suoi abitanti.

L’edificio, a doppio atrio, era dotato di un impianto termale privato e di un ampio sotterraneo adibito a panificio e rappresenta un unicum nel panorama domestico pompeiano, proprio in virtù della sua articolazione planimetrica, che coniuga le caratteristiche di una elegante e tradizionale casa di città con l’utilizzo di magazzini a carattere commerciale e produttivo.

La stanza più interessante del complesso era il largo oecus, ad est delle fauces d’accesso, con funzioni di triclinio invernale. Pavimentato con semplice cocciopesto era dotato di canne fumarie interne al muro, probabilmente usate per l’areazione.

Il complesso di Championnet, di cui fa parte anche le Casa dei mosaici geometrici e gli edifici municipali che affacciano sul Foro, (aperti a novembre 2016), viene oggi restituito al pubblico con un cantiere di 4100 mq. Il complesso prende nome dal generale Jean Étienne Championent che, nel periodo della presenza francese a Napoli, dopo la fuga di Ferdinando IV di Borbone nel 1799, fu grande fautore delle ricerche a Pompei.

Si tratta di un quartiere di lusso dell’antica Pompei, per la vicinanza al Foro, vero fulcro della vita quotidiana e per la presenza di grandi domus articolate su terrazze con scale, rampe, logge e criptoportici, con vista panoramica sul golfo verso le isole, le cosiddette “case su pendio” che dovevano appartenere a ricchi esponenti del ceto aristocratico cittadino.

Questo grande complesso residenziale ha oltre 60 ambienti, con domus ad atrio, un grande peristilio (giardino colonnato), caratterizzato dalla presenza di una vasca per la piscicoltura, da cui l’appellativo di “cortile delle Murene”.

Complesso di Championnet

Antica Velia

Antica Velia

Se pensiamo alle ricchezze archeologiche della nostra terra, immediatamente ci vengono in mente gli scavi di Pompei ed Ercolano. Questi sono i più famosi, ma non certo gli unici. Infatti, nel comune di Ascea, in provincia di Salerno, si ergono ancora i resti di un’antica città: Velia.

Secondo gli storici Erodoto e Strabone, la storia della città di Velia, il cui nome greco era Elea, iniziò quando Focea, una città greca dell’Asia Minore, venne conquistata dai Persiani. Moltissimi greci riuscirono a fuggire dalla città prima dell’occupazione ed approdarono sulle coste dell’Italia meridionale, al tempo sede di numerose colonie elleniche, e qui fondarono Elea. Quanto scritto dagli storici antichi trova conferma in alcuni resti di un piccolo villaggio rinvenuti sull’acropoli di Velia: forse quel che rimane dell’insediamento greco.

Porta Rosa

Per oltre quattro secoli i greci regnarono incontrastati sulla nuova colonia: la posizione era ottima per gestire i traffici fra Etruschi, a Nord, e le altre colonie circostanti. La supremazia economica e geografica della città la fece resistere ai numerosi popoli confinanti, persino ai romani. Anzi, durante la seconda guerra punica i greci fornirono un considerevole contributo alle legioni romane, riuscendo ad ottenere ancora più autonomia.

Prima ancora di essere una potenza commerciale, però, la colonia greca rappresentò un grande polo culturale dell’antichità: la scuola eleatica, appunto di Elea, fu molto importante nella storia della filosofia e i suoi principali esponenti furono Parmenide, Zenone e Melisso di Samo. Ad Elea soggiornarono anche i filosofi Senofane e Leucippo. Fino almeno al 62 d.C. operò una fiorente scuola medica e di Velia furono i due grammatici Stazio, padre del più noto poeta latino, e Palamede.

Tuttavia, nell’88 a.C, Velia diventò a tutti gli effetti un municipio romano, pur conservando il diritto di battere moneta e parlare greco. I più ricchi fra i romani avevano una casa di villeggiatura nel nuovo municipio: un luogo ben diverso da Roma, immerso nel verde, a pochi passi dal mare e con tutti gli agi e le ricchezze della capitale. Le nuove strade costruite in età imperiale, però, ridussero drammaticamente l’importanza di Velia, che andò presto incontro ad un declino economico.

Ridotta a un paesino di pescatori, nel medioevo venne abbandonata dai pochi abitanti che vi rimanevano a causa di un’epidemia di malaria. L’unico baluardo di Velia rimase l’antica acropoli, dove alcune famiglie si rifugiarono costruendo una poderosa fortificazione per difendersi dai frequenti assalti dei pirati saraceni. Il borgo prese il nome di Castellammare della Bruca, ma, nel XVII, anche quella piccola fortezza restò disabitata.

Dopo un lungo oblio i resti dell’antica città furono ritrovati nella metà del secolo scorso all’interno del territorio comunale di Ascea e ne arricchiscono l’offerta turistica legata alla balneazione estiva. Gli scavi, vicini alla ferrovia e non lontani dal centro città, sono visitabili tutti i giorni, eccetto il giovedì. Dell’antica città restano l’Area Portuale, Porta Marina, Porta Rosa, costruzione risalente all’età greca, le Terme Ellenistiche e le Terme romane, l’Agorà, l’Acropoli, il Quartiere Meridionale e il Quartiere Arcaico.

Per maggiori informazioni sul complesso archeologico e sugli orari di apertura è possibile consultare il sito dedicato.

Fonti: Giovanna Greco e Fritz Krinzinger – Velia. Studi e ricerche; Marcello Gigante – Il logos erodoteo sulle origini di Velia

Foto dalla pagina Facebook “Made in Pompei”

Pompei a duemila anni di distanza e a più di due secoli dalla sua scoperta, restituisce ancora cose straordinarie ed è ancora in grado di stupire il mondo intero.

Ieri la presentazione della bellissima tomba monumentale scoperta a pochi passi da Porta Stabia, uno degli accessi alla città antica. La cosa più sorprendente per gli archeologi è stata la lunga epigrafe funeraria di oltre 4 metri ritrovata sulla tomba, la più lunga iscrizione mai trovata finora. Sette registri narrativi delle “Res Gestae” (ovvero le imprese realizzate in vita dal defunto) che scandiscono le tappe fondamentali della sua vita e del suo cursus honorum (ordine sequenziale degli uffici pubblici tenuti dall’aspirante politico). Dall’iscrizione sappiamo che era solito elargire grandi banchetti sontuosi e a oli 17 anni, quando indossò la toga virile, organizzò uno spettacolo con 416 gladiatori. Evento di enormi proporzioni paragonabile solo ai ludi romani della capitale dell’Impero, un atto dovuto per promuovere la sua carriera politica.

Parte dell’iscrizione funeraria

C’è un riferimento – spiega Osanna – alla rissa tra pompeiani e nocerini avvenuta nel 59 d. C., a seguito di uno spettacolo“. La zuffa provocò molti morti e feriti, tanto che Nerone fece chiudere l’anfiteatro per dieci anni (delibera revocata dopo il terremoto del 62). Nigidio fu molto amato dai suoi concittadini che gli attribuirono il nominativo di Patronus, che lui rifiutò perché troppo impegnativo. Altri lo chiamarono addirittura Princeps Coloniae, titolo che lo incoronò al di sopra di tutti.

Affresco della zuffa tra pompeiani e nocerini conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Allora chi era questo personaggio così ben voluto dai pompeiani? Il Direttore Osanna ne è certo: si tratta di Gneo Alleo Nigidio Maio, uno dei più grandi finanziatori di spettacoli con gladiatori che si svolgevano a Pompei e amico di Nerone, ma anche figlio di uno schiavo, divenuto liberto grazie alla ricchezza accumulata. Di Gneo Alleo sappiamo anche che fu un potente imprenditore edile e morì nel 78 d.C., un anno prima della catastrofe che si abbatté sulla sua città.

La lastra superiore della tomba è conservata al Museo Archeologico di Napoli e mostra scene con spettacoli di gladiatori e venationes (caccia di animali selvatici), riportate anche nell’epigrafe dedicatoria del defunto. Il rilievo, scoperto negli anni ’40 del secolo scorso, fu rinvenuto fuori posto dal Soprintendente Avellino, proprio nell’area di porta Stabia e pertinente alla tomba di Alleo Nigidio.

Alla scoperta sensazionale della sua sepoltura si aggiunge quella di un altro particolare drammatico ma importante: lo scavo ha portato alla luce un tratto di strada di cui non si vede il basolato perché coperto da cenere dell’eruzione. Su questi tre metri di materiale vulcanico ci sono tracce di solchi di carro, probabilmente una carovana in fuga dall’ira del Vesuvio.

Le immagini del ritrovamento della tomba saranno mostrate domani in anteprima alle 21,30 su Petrolio.

Fonti:

Repubblica.it

“Real Museo Borbonico” Vol. II, Napoli, 1825.

Passeggiando tra i vicoli di Napoli è impossibile non notare delle piccole nicchie o propriamente dette “edicole votive” con immagini di Santi e foto di defunti, talvolta adornate da coroncine e fiori.

Un’usanza che si perpetua anche nelle case dei napoletani, con piccoli altarini domestici per il culto di parenti e amici che non ci sono più. Ma perché c’è questa tradizione a Napoli?

Il rapporto con la morte per i partenopei è da sempre speciale, un legame tra la fede e la superstizione. Basti pensare al culto delle anime pezzentelle, dove ognuno poteva adottare un cranio e assicurarsi così la protezione eterna. Ma il culto per gli antenati morti ha origini ben più antiche, radicate nella tradizione romana e pagana di Napoli.

Essa discende dal culto dei Lares Familiares, che in antichità erano gli antenati divinizzati e venerati all’interno della famiglia in cui erano vissuti, col fine di proteggere la casa e le persone che vi abitavano. I Lari, dal latino lar(es), “focolare”, derivato dall’etrusco lar, “padre”, venivano raffigurati con una statuetta, di terracotta, legno o cera, chiamata sigillum. All’interno della domus, le statuette degli antenati venivano collocate in un’apposita edicola detta larario ed in determinate occasioni onorate con l’accensione di una fiammella. Ogni avvenimento importante veniva messo sotto la protezione dei Lari: il raggiungimento dell’età adulta, la partenza per un viaggio oppure il matrimonio e le nascite.

Pompei. Larario, Casa dei Vettii

Associati ai Lari troviamo anche i Penàtes, divinità protettrici del pènus, cioè la dispensa dei viveri. Nel larario si venerava anche il Gènius, rappresentato sotto forma di giovane con toga e capo velato, in atto di libare e legato alla figura del capofamiglia.

A Napoli, soprattutto nel Rione Sanità e nei Quartieri Spagnoli, si ritrova una straordinaria continuità di questo culto antico: ovunque ci sono piccole edicole con all’interno “lares” contemporanei, non di rado è possibile trovare una nicchia con Padre Pio e una persona defunta venerati quasi nello stesso modo.

Esempi di Larari ce ne sono anche alle falde del Vesuvio, come nella nota “Casa dei Vettii” e nella “Casa del Larario o di Achille” a Pompei e nella “Casa del Sacello di Legno” ad Ercolano.

Ercolano. Larario, Casa del Sacello di Legno (V, 31)

Il Museo Archeologico di Napoli, ad esempio, conserva molte testimonianze di questo culto antico e ha ospitato anche la mostra Lares familiares di Sonia Lenzi, a cura di Marco De Gemmis e Gerry Badger al MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (da domenica 6 novembre 2016 all’8 dicembre) nell’ambito della rassegna Incontri di Archeologia, incentrata proprio sul tema della devozione dei napoletani verso i propri cari.

Ricostruzione virtuale di un larario

FONTI:

Carla Fayer – “La familia romana”, 2005;

Ernesto de Carolis, “Il mobile a Pompei ed Ercolano”, 2007;

Sonia Lenzi – “Lares Familiares”, 2016.

La via Appia è la strada romana per eccellenza, non a caso fu definita dal poeta Stanzio nel I secolo a.C. come la Regina Viarum. Fu realizzata tra le fine del IV secolo e l’inizio del III secolo a.C. ed è considerata come una delle più grandi opere di ingegneria del mondo antico.
La via Appia collegava Roma a Brindisi e il suo punto d’inizio era situato a Porta Capena nei pressi delle Terme di Caracalla. Originariamente il percorso si interrompeva nei dintorni di Terracina, dove occorreva attraversare un canale lungo diciannove miglia, il Decennovium, per raggiungere il tratto successivo di strada percorribile a piedi.

Fu costruita nel 312 a.C. per volere del censore romano Appio Claudio Cieco, il quale fece ristrutturare ed ampliare la già esistente via che collegava Roma ai Colli Albani, prolungandola sino a Santa Maria Capua Vetere, passando per Ariccia, Terracina, Fondi, Itri, Formia, Minturno e Mondragone. Dopo la sconfitta di Pirro nel 268 a.C., fu estesa fino a Benevento, conosciuta allora come Maleventum. Sempre nel III secolo venne ampliata sino a Taranto e solo verso il 190 a.C. raggiunse il porto di Brindisi, passando per Troia (FG), Canosa di Puglia e Bari.

La strada nasce per agevolare le operazioni militari delle truppe romane dirette verso l’Italiana meridionale durante la seconda guerra sannitica (326 – 302 a.C.), ma contribuì anche ad incrementare il commercio e a diffondere la cultura greca grazie al porto di Brindisi che forniva un collegamento diretto con la Grecia, l’Oriente e l’Egitto. Di fatti nei secoli successivi a Roma si diffusero il teatro, la lingua greca, l’arte e la letteratura ellenica.
Modifiche e miglioramenti furono apportati durante il governo degli imperatori Augusto, Vespasiano, Traiano e Adriano. Durante il governo di Traiano non solo il Decennovium fu bonificato e lastricato ma fu realizzata la via Appia Traiana, una diramazione che attraversava la Puglia e collegava Benevento con Brindisi.

In rosso l’Appia Antica, in blu l’Appia Traiana.

Questo lungo tratto stradale fu, nel corso della storia romana, scenario di guerre e vicende memorabili come quella del 71 a.C. che ebbe come protagonista Spartaco che catturò in battaglia circa 6000 schiavi ribelli e li crocifisse lungo il percorso che mette in comunicazione Roma con Pompei.
Con la fine dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.), terminarono le opere di manutenzione e il tratto stradale cadde in uno stato d’abbandono fin al 1777 quando Papa Pio VI ordinò il restauro delle paludi pontine prima di Terracina. Durante il Medioevo invece l’Appia insieme alla via Traiana si trasformò nella via dei crociati.
Negli anni ‘50 e ‘60 sul tratto urbano dell’Appia Antica furono costruite magnifiche ed imponenti ville, dimora privata dell’alta società romana.

Nel XX secolo, data la presenza di un elevato numero di beni architettonici visitabili ancor oggi a Roma, fu istituito il 10 novembre del 1988 istituito il Parco Regionale dell’Appia Antica che si estende nei comuni di Roma, Ciampino e Marino, in Campania il Parco Regionale Naturale di Roccamonfina – Foce del Garigliano istituito nel 1993 che interessa i comuni di Sessa Aurunca, Teano, Roccamonfina e parzialmente i comuni di Marzano Appio, Conca della Campania, Galluccio, Tora e Piccilli e nel 1997 il Parco Regionale Naturale Monte Aurunci situato nel Lazio al confine tra le province di Frosinone e Latina.
Attualmente ampi tratti sono ancora conservati nel Lazio, in Campania, in Basilicata e in Puglia. Inoltre alcune zone, come nell’Agro Pontino, sono utilizzate per il traffico automobilistico.

Fonti:
www.viaappiaantica.com
– Susanna Le Pera Buranelli e Rita Turchetti (a cura di), Sulla Via Appia da Roma a Brindisi – Le fotografia di Thomas Ashby 1891 – 1925, Roma, 2003