Storia

La Storia di una terra tra le più importanti del mondo

“Benvenuti a Casalduni, paese di eccellenze alimentari, ricco di storia e terra di briganti (14 Agosto 1861)”.

In sintesi è quello che dice il nuovo cartello di benvenuto posto all’ingresso del paesino nel Beneventano, famoso non solo per i suoi prodotti tipici (“olio, vino, miele e abbuoti”, deliziose salsicce di agnello), non solo per la storia e i beni culturali in generale (castello, chiese, monasteri e centro antico), ma anche per i sanguinosi avvenimenti del 14 agosto 1861.

Quel giorno il borgo, insieme a quello di Pontelandolfo, sotto l’ordine del generale piemontese Enrico Cialdini (“non rimanga pietra su pietra”) e per mano del vicentino Pier Eleonoro Negri e dei suoi bersaglieri, fu saccheggiato e dato alle fiamme, dopo aver ucciso, fucilato o incarcerato tutti coloro che incontravano sul loro cammino così come capitò e sarebbe capitato in altri luoghi dell’ex Regno delle Due Sicilie.

A distanza di 158 anni il paese continua a non dimenticare e tra le tante iniziative “identitarie” organizzate da associazioni e istituzioni locali, non si smette mai di ricordare. Negli ultimi anni il sindaco Pasquale Iacovella ha dato un’impronta sempre più forte a questo “percorso”, nominando ad esempio come cittadini onorari diversi esponenti del “neo-meridionalismo” (tra gli altri Pino Aprile e il cantante Povia).

L’anno scorso diverse associazioni meridionaliste hanno consegnato a Casalduni i “mattoni della memoria” per ricordare le città vittime dell’unificazione italiana dal 1860, con un progetto: edificare finalmente un monumento della memoria. Quel cartello così significativo (realizzato dalla Tiemme Print di Casalduni), allora, è solo l’ultima iniziativa realizzata. Un’iniziativa che fa ben sperare per la valorizzazione della nostra bellissima terra e per la ricostruzione di storia e orgoglio (anche) a Casalduni e a partire (anche) da Casalduni.

Ogni anno il 17 marzo viene ricordato come la data della festa dell’unità nazionale ma non tutti la pensano così. È di fatto la data di proclamazione (in lingua francese!) dell’unità d’Italia e dell’inizio della “questione meridionale”. Nello stesso anno il re Vittorio Emanuele II del Regno di Sardegna, divenne Vittorio Emanuele II d’Italia mantenendo quindi la sua numerazione e la sua legislazione, pur avendo dato vita ad un nuovo regno.

Ed anche questo è strano giacché questo succede nel corso della storia solo nei casi di conquista di un popolo di cui si colonizza il territorio e lo si “unisce” al territorio del colonizzatore, tanto è vero che sempre più persone e studiosi stanno cominciando a capire che “non fu fatta l’Italia, ma fu allargato il Piemonte” (e il Sud fu di fatto annesso al Piemonte).

L’Italia, rispetto ad altri stati, è uno Stato estremamente giovane, ieri di fatto ha compiuto solo 158 anni: molto poco in confronto alla storia della Repubblica di Venezia o alla storia della Nazione Napolitana che, con le radici solide della Magna Grecia, era unita ufficialmente nel 1130 e avrebbe mantenuto la sua indipendenza e la sua autonomia fino al 1860 salvo alcune parentesi.

Parliamo, allora, di una entità statuale, quella napoletana, antica di 7 secoli e di una capitale – Napoli – vecchia di circa 6 secoli… Ma quale dovrebbe essere la data ufficiale della vera festa nazionale italiana? Il 4 novembre, il 2 giugno oppure il 17 marzo, quando i territori romani e veneti, tra l’altro, ancora non erano stati uniti?

C’è ancora una grande confusione dopo 158 anni. Il 17 marzo per moltissime persone specialmente al Sud, ma anche in Veneto e altrove, questo giorno viene ricordato sempre di più come la fine delle indipendenze di popoli diversi, con lingue diverse, culture, storie, tradizioni e mentalità diverse ed è per questo che, dopo 158 anni, solo le istituzioni continuano a festeggiare questo giorno ormai non sentito più così tanto dal popolo (o forse mai sentito neanche in epoca passata) e che la gente fa anche fatica a ricordare.

Sempre meno tricolori e sempre più bandiere identitarie vengono esposte ai balconi e nelle strade cittadine, e sempre più spesso troviamo bandiere esposte tutto l’anno anche fuori o dentro i locali pubblici, fuori o dentro le case private. Oggi la gente ha sete di radici e di identità, quell’identità strappata per l’interesse di una élite, non essendo stato il Risorgimento un movimento nato in seno al popolo.

“Fatta l’Italia, dobbiamo fare gli Italiani”: a distanza di ormai 158 anni pochi ci credono ancora e mentre si pensa a fare gli Europei, in questi territori magari si torna Veneti, Sardi, Napoletani o Siciliani. Quale sarà il destino di questa festa – e dell’Italia?

terremoto Messina 1908

terremoto Messina 1908

Ormai in quel lido, non altra opera umana si compie che l’ultima; il seppellimento. Non si aggirano tra le rovine se non fossori. E i fossori sono militi, come dopo una battaglia. E fu invero una battaglia quale mai non si raccontò nella storia degli uomini. Una immensa torma di cavalli […] sembrò passare al galoppo, sottoterra, nella fragorosa carica di un minuto. Una bocca di fuoco sparò […] col rombo di cento cannoni in uno, nel cupo silenzio della notte. E il mare si alzò di cinquanta metri, e la terra si abbassò e poi balzò su. E un soffio vastissimo di luce rossa, come un’improvvisa aurora boreale, alitò dal lido opposto; e un astro o più astri si sgretolarono in cielo. Fu una battaglia davvero, ma di Titani, ridesti dal loro sonno millenario in fondo agli abissi, e ritrovatisi in cuore la terribile loro collera primordiale. Ora in quel campo di battaglia, battaglia durata un attimo, dopo quindici giorni si procede all’opera ultima e postuma“.

Con queste parole commosse Giovanni Pascoli commemorò nel gennaio 1909, all’Università di Bologna, le vittime causate dal terremoto e dal maremoto che il 28 dicembre 1908 avevano devastato entrambe le sponde dello Stretto di Messina.

Fu, ed è ancora, il sisma più devastante mai registrato in Italia: per 37 interminabili secondi la terrà tremò con una intensità pari ai 10 gradi della Scala Mercalli (che arriva a un massimo di 12). Erano le 5:20 del mattini e fu solo la prima di una lunga serie, che in poco tempo portò alla distruzione di Messina (rasa al suolo per il 90%) e di Reggio Calabria, ma soprattutto alla morte di un numero di persone calcolato tra le 50 e le 100 mila persone.

Tra i terrorizzati testimoni oculari anche un giovanissimo Salvatore Quasimodo, all’epoca un bambino di appena 7 anni. Restò talmente scosso dal cataclisma che lo ricordò ben quarantotto anni dopo nella poesia “Al padre”: “Il terremoto ribolle da due giorni, è dicembre d’uragani e mare avvelenato”. Tra l’altro il padre Gaetano, ferroviere, fu mandato – con famiglia al seguito – a ripristinare le linee ferroviarie di quello che restava di Messina. E il piccolo Salvatore visse nei vagoni dei treni, insieme a molti terremotati.

Altra celebre figura italiana a ricordare – sulle pagine dell’Avanti – lo sconquasso di quei giorni fu il meridionalista Gaetano Salvemini, l’unico della sua famiglia a riemergere vivo dalle macerie: “Ero in letto allorquando sentii che tutto barcollava intorno a me e un rumore di sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia, come ero, balzai dal letto e con uno slancio fui alla finestra per vedere cosa accadeva. Feci appena in tempo a spalancarla che la casa precipitò come un vortice, si inabissò, e tutto disparve in un nebbione denso, traversato come da rumori di valanga e da urla di gente che precipitando moriva. Il futuro deputato e allora docente universitario, quella mattina perse la moglie, i 5 figli e una sorella.

Lo stesso governo, all’epoca ancora monarchico si interessò ovviamente al tragico evento, tanto che in una relazione al Senato del Regno, datata 1909, si legge: “Un attimo della potenza degli elementi ha flagellato due nobilissime province – nobilissime e care – abbattendo molti secoli di opere e di civiltà. Non è soltanto una sventura della gente italiana; è una sventura della umanità, sicché il grido pietoso scoppiava al di qua e al di là delle Alpi e dei mari, fondendo e confondendo, in una gara di sacrificio e di fratellanza, ogni persona, ogni classe, ogni nazionalità. È la pietà dei vivi che tenta la rivincita dell’umanità sulle violenze della terra. Forse non è ancor completo, nei nostri intelletti, il terribile quadro, né preciso il concetto della grande sventura, né ancor siamo in grado di misurare le proporzioni dell’abisso, dal cui fondo spaventoso vogliamo risorgere. Sappiamo che il danno è immenso, e che grandi e immediate provvidenze sono necessarie”.

Oggi, 12 marzo 2019, ricorre l’anniversario della morte del poliziotto Joe Petrosino, ucciso da diversi colpi di pistola 110 anni fa: il 12 marzo 1909, in piazza Marina a Palermo. Il poliziotto italo-americano era impegnato, in quel periodo, nella lotta contro la criminalità organizzata.

Petrosino seguiva da tempo una banda, praticante estorsioni, chiamata “La Mano Nera”. Il funebre nomignolo deriva dal fatto gli estorsori inviavano alle loro vittime lettere minatorie, caratterizzate dal simbolo del teschio e tibie incrociate o l’impronta di una mano nera. Questa tipologia criminale è chiamata, tipicamente, strozzino, diffuso da New York a New Orleans e compiuto da usurai siciliani, calabresi e napoletani.

Joe era giunto fino in Italia per combatterli e metterli in cella una volta per tutte. La missione del famoso eroe di origine salernitane doveva essere top secret. I dettagli dell’incarico furono pubblicati sul New York Herald. Quindi, la mafia fu allertata. Venerdì 12 marzo 1909, alle 20.45, tre rapidi colpi di pistola e un quarto, colpirono il famoso poliziotto, suscitando il panico tra la gente che attendeva il tram al capolinea di piazza Marina. Un giovane marinaio si accorse di un uomo che cadde lentamente a terra e di altri due che fuggirono. I soccorsi erano inutili dopo quattro colpi di pistola: al collo, due alle spalle e, infine, alla testa. La morte dell’eroe,trapiantato in gioventù in America, suscitò scalpore. Circa 250.000 persone parteciparono al funerale di Petrosino, a New York.

Per omaggiare il famoso poliziotto è nato nella sua città d’origine Padula, in provincia di Salerno, un museo dedicato all’eroe. Una delle tante vite strappate dalla criminalità organizzata, Joe Petrosino sarà ricordato, per sempre, come uno dei pionieri nella lotta alla Mafia.

Portus Julius - Pozzuoli
Portus Julius - Pozzuoli
FONTE: www.facebook.com/puteoli

Pozzuoli terra di vulcani e di porti. Risalirebbe, infatti, al 37 a.C. la costruzione del Portus Julius nell’attuale zona dei Campi Flegrei, diretta dallo stratega Marco Vipsanio Agrippa e voluta dall’Imperatore Ottaviano in persona (al cui nome di Gaio Giulio Cesare fa riferimento il porto stesso), impegnato in una feroce guerra civile contro Pompeo, la quale avrebbe posto fine alla Repubblica romana.

Proprio in ragione di questa lotta il Portus Julius nacque per svolgere la funzione di base militare navale, collegando con un ampio canale navigabile il lago d’Averno, il lago Lucrino e il mare (come si può vedere in foto). In questo modo la flotta romana poteva godere di una protezione praticamente naturale, ma anche di una grossa quantità di legname per le navi medesime, che prendeva dagli allora boschi limitrofi.

In particolare i lavori del Portus Julius furono affidati all’architetto Lucio Cocceio Aucto, il quale varò un impenetrabile sistema di difesa: una diga lunga e stretta, infatti, partiva da Punta Epitaffio e giungeva sino a Punta Caruso. Le navi entravano e uscivano dall’infrastruttura proprio attraverso un canale che passava per questa diga e che permetteva il passaggio lungo il lago Lucrino, per poi giungere – grazie ad un secondo canale – sulle sponde del lago d’Averno.

La funzione militare del porto si esaurì, però, circa venti anni dopo la sua costruzione. Infatti, il lago Lucrino era molto basso e il suo canale di ingresso fu in buona parte insabbiato a causa del fenomeno del bradisismo. Già nel 12 d. C. la flotta romana dovette così essere trasferita a Miseno. Da quel momento il Portus Julius fu utilizzato solo scopi civili, fino all’eruzione del Monte Nuovo (uno dei crateri dei Campi Flegrei) datata 29 settembre 1538, che ridusse il lago Lucrino alle attuali ridotte dimensioni e che fece praticamente sprofondare la costruzione portuale.

Solo le foto aeree scattate dal pilota Raimondo Buchner nel secondo dopoguerra fecero “riaffiorare” l’antico Portus Julius, mostrando come la sua estensione raggiungesse i dieci ettari. Una veduta aerea delle strutture attualmente sommerse e comprendenti due bacini con relativi moli; una strada rettilinea fiancheggiata da numerosi magazzini; un ampio cortile con una fila di stanze centrale, forse una caserma; una grande villa con ampio giardino centrale – forse la residenza dell’ammiraglio della flotta – è possibile vederla di seguito:

Mentre una ricostruzione precisa della situazione topografica in epoca romana è mostrata da un plastico esposto nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello aragonese di Baia, realizzato da archeologi e topografi rigorosamente sulla base di dati scientifici ed evidenze archeologiche.

Fonti:
– www.archeoflegrei.it

busto

bustoNel dicembre 2016 il consiglio comunale di Napoli approvò all’unanimità la rimozione del busto dal palazzo della Borsa del generale piemontese Enrico Cialdini, uno dei maggiori responsabili dei massacri del Sud, delle stragi di Gaeta, Pontelandolfo, Casalduni (1860-61) e delle altre città durante il periodo del Risorgimento e della repressione del brigantaggio.

Esattamente dopo due anni è della stessa giunta della Camera di Commercio, su proposta del vicepresidente Fabrizio Luongo, la decisione di spostare il busto dal salone di rappresentanza ad un altro luogo, e di sostituirla con il busto proprio di una delle sue vittime, la giovanissima Angelina Romano uccisa nel 1862 a 9 anni.

Sembrava cosa “già fatta”, quando nel mese di febbraio di quest’anno, su “Repubblica”, interviene Renata De Lorenzo, presidente della Società Napoletana di Storia Patria e docente di storia all’Università Federico II, in difesa della “non rimozione” del busto, sia perché il personaggio è stato il finanziatore della costruzione del palazzo della borsa e sia perché non si può “stravolgere la storia ufficiale” che è stata tramandata per anni solo per dei “presunti eccidi” per lei poco documentati.

Per la De Lorenzo, pur riconoscendo “la durezza di Cialdini per la repressione del brigantaggio”, la rimozione del busto non risolverebbe i problemi di oggi e si tratterebbe solo di un pretesto per distogliere l’attenzione ed eliminare un simbolo dell’unità nazionale.

Tempestiva la risposta del mondo meridionalista, a cominciare dal presidente dei neoborbonici Gennaro de Crescenzo, il quale, sempre su “Repubblica”, ha sottolineato come ancora una volta si stia solo perdendo altro tempo, in quanto ormai le tesi dei revisionisti sulle malefatte del generale piemontese sono state ampiamente documentate e accettate anche da accademici e politici con conseguenti sostituzioni ai nomi di piazze e strade un tempo dedicate allo stesso.

Ovviamente non poteva mancare la replica del famoso giornalista e scrittore Gigi di Fiore su “il Mattino”: “Se l’identificazione con la storia fosse immutabile, non si comprendono i motivi delle rimozioni delle statue di Hitler, Mussolini, o Saddam Hussein. I simboli esprimono sempre letture politiche, legate a equilibri ideologico-sociali del presente”.

In poche parole la storia viene scritta dai vincitori e l’onestà intellettuale degli studiosi del presente e del futuro sta nell’accettare questa semplice verità. Dibattiti o meno, la Camera di Commercio continua sulla sua strada e a giorni conosceremo la data della… rimozione.

Pezze americane - mercato di Resina
Pezze americane - mercato di Resina
Mercato delle pezze di Resina anni ’60 (FONTE: Pagina Fb Coop Mercato di Resina a.r.l)

La Seconda Guerra Mondiale all’Italia ha lasciato in dote dolori, distruzione e morti, e una vittoria di cui certo non ci si può vantare. Ma, soprattutto durante la parte finale del conflitto, coincisa con l’intervento statunitense, ha anche significato la nascita di un nuovo business, quello delle “pezze” americane, vendute in particolar modo presso il mercato di Resina, dal 1969 Ercolano.

Quest’ultimo è nato durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1944, si cominciarono a smerciare oggetti e vestiti trafugati ai convogli americani di passaggio ed è cresciuto negli anni successivi -dove ognuno s’inventava commerciante e vendeva o barattava quel poco di cui poteva fare a meno per procurarsi quello che gli era indispensabile – fino a diventare un’istituzione.

Ciò nonostante i prodotti venduti non fossero certo di prim’ordine: le “pezze americane”, infatti, erano per lo più indumenti, calzature e pellicce di seconda mano. Esse giungevano dall’America sulle bancarelle di varie cittadine italiane, nell’ambito del Piano Marshall (a sostegno della ripresa economica europea), dal nome dell’allora Presidente degli USA.

Pezzo pregiato di un commercio in quegli anni molto florido erano soprattutto i jeans a stelle e strisce: Ercolano, infatti, fu una delle prime città d’Europa in cui vennero venduti questi tipi di pantaloni, che arrivavano in città, prima grazie ai militari americani di stanza in Italia, e poi con balle di indumenti usati provenienti direttamente dagli Stati Uniti. Solitamente venivano venduti esponendoli direttamente sul suolo, dopo aver aperto le balle nelle quali erano contenuti. Nel dopoguerra, poi, tra i vicoli di Pugliano cominciarono ad essere venduti anche pantaloni, giacche e camice provenienti da tutto il mondo.

Il mercato di Resina probabilmente il più famoso dei mercati di oggetti usati, abiti di seconda mano e surplus militare dell’intero meridione, si svolge durante tutta la settimana, compresa la domenica, tra le viuzze affollate e le piazze intorno a via Pugliano, a Ercolano. Superato un momento di crisi (dopo il terremoto degli anni Ottanta, quando gli edifici di via Pugliano avevano subito ingenti danni strutturali) il mercato – come riportato dallo stesso Comune di Ercolano sul proprio sito ufficiale – è rinato dopo il 1996, grazie a un intenso programma di ristrutturazione e riqualificazione.

Resina è il paradiso dell’abbigliamento vintage e ci si può trovare praticamente tutto quello che si è sempre desiderato, dalle pellicce ai vestitini di Chanel, dai jeans anni Settanta alle scarpe di Manolo Blanick, dalle borse di vernice bon ton ai cappelli d lana dei combattenti afghani. Oltre ai venditori di quelle che un tempo si chiamavano “pezze” (stracci) e che adesso sono ricercatissimi capi di abbigliamento, è possibile trovare gioielli falsi e veri, bigiotteria d’epoca, e merci nuove a basso costo. Molto frequentato dai giovani di tutta Napoli, naturalmente, e dai costumisti di Cinecittà: provengono da Resina, tanto per citarne alcuni, gli abiti di scena di film come “I cento passi”, “La meglio gioventù”, “Prima dammi un bacio”.

Letizia De Martino, a soli 27 anni divenne la prima donna giudice d’Italia. Correva l’anno 1964.

Sposata con il maggiore Saro Ferone e madre di due bimbi piccolissimi, trovò il tempo di studiare e prepararsi all’esame di concorso per la Magistratura, arrivata seconda e superata di poco dal primo ammesso. Letizia De Martino è tra le otto donne che superarono nel ’64 il primo concorso in magistratura non riservato a soli uomini.

Il 9 febbraio 1963 fu una data storica fondamentale per l’ingresso delle donne in magistratura: ci sono voluti quindici anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione per avere l’affermazione del principio di uguaglianza fra i sessi nell’accesso in magistratura, prima di quel giorno le donne erano completamente escluse da tutti gli uffici pubblici che implicavano l’esercizio di diritti e di potestà politiche. La proposta venne approvata con la legge 9 febbraio 1963 n. 66 che sancì l’Ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle libere professioni.

Il primo concorso aperto anche alle donne venne bandito il 3 maggio 1963 e fu vinto da otto donne e le prime donne magistrato entrarono in servizio il 5 aprile 1965. Tra queste c’era anche la napoletana Letizia De Martino, che arrivò seconda al concorso dopo un uomo.

Ma l’entrata delle donne in magistratura non fu subito facile e ben accolta: le nuove magistrate dovettero affrontare un clima di ostilità e pregiudizi, la donna poteva votare (ed era già un gran traguardo per l’epoca), poteva educare ma non giudicare, soprattutto uomini.

Il pretore di Napoli – raccontò Letizia De Martino in un’intervista a Radio Radicale (5 novembre 2005) – voleva assegnarmi all’ufficio civile e di fronte alla mia richiesta di essere assegnata al settore penale cercò di dissuadermi perché aveva un carico di lavoro molto pesante“. “Ho dovuto fare delle scelte perché ero sposata e avevo dei figli e chiesi di essere assegnata in Pretura, con orari più normali“, affermò.

Nel settembre del 2000 ha riposto per sempre la toga nell’armadietto, dopo 36 anni di servizio trascorsi in pretura, poi in tribunale ed infine in corte d’appello.

Fonti:

www.donnemagistrato.it
iltirreno.it (del 20 settembre 2000)
radioradicale.it

Le donne, da sempre, hanno avuto un ruolo importante nella storia del capoluogo campano, tra vicende politiche e imprese rivoluzionarie. Donne che hanno cambiato in meglio Napoli, lottando con ogni mezzo per ciò che amavano, arrivando anche a morire, lasciando un impronta che sarà ricordata per sempre. Quale momento migliore, se non l’8 marzo, per raccontare la storia delle più grandi donne napoletane.

Maria Lorenza Longo

Maria Lorenza Longo è nota per essere la prima donna che fondò un ospedale a Napoli, nel 1522: L’Ospedale degli Incurabili. Nata a Lleida nel 1463, Maria seguì suo marito a Napoli, che, però, poco dopo morì, lasciandola vedova e con figli a carico. L’avvelenamento di una serva causò un’artrite reumatoide alla donna, che, essendo molto religiosa,  si recò in pellegrinaggio al santuario della Santa Casa di Loreto, ad Ancona, promettendo di creare un ospedale, se fosse guarita. Recuperando presto la salute, per grazia ricevuta, Maria entrò a far parte del Terz’ordine di San Francesco. In seguito, tornò a Napoli, ma come governante di Maria de Cardona, contessa di Avellino e conobbe, nel capoluogo partenopeo, persone potenti che l’aiutarono a costruire il suo sogno: l’Ospedale degli Incurabili, che offriva servizi per tutti i tipi di malati. Per “Incurabili”, Maria indicava le persone che non avevano nessuna opportunità di provvedere alle proprie cure mediche in casa. Oggi, l’ospedale è ancora attivo e si trova nei pressi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Eleonora Pimentel Fonseca

Eleonora Pimentel Fonseca, era di origini portoghesi, ma nacque a Roma il 13 gennaio 1752, passando la sua vita a Napoli. Giornalista, politica e grande rivoluzionaria, ricordata per il suo coinvolgimento nelle rivolte per la creazione della Repubblica Napoletana, negli anni tra il 1792 e 1798. Bella, intelligente, amante del sapere, Eleonora riuscì, altresì, ad attirare l’attenzione di Voltaire. Il drammaturgo le dedicò, infatti, un sonetto: “Beau rossignol de la belle Italie”. Organizzatrice di incontri segreti, volti a parlare del Moniteur Universel, quotidiano di carattere politico, di carattere propagandistico. Inoltre, Eleonora ospitò Annibale Giordano nella sua dimora, discutibile rivoluzionario italiano che la tradì, denunciandola alla polizia borbonica. Nell’abitazione della giornalista furono trovate delle copie dell’Encyclopedie, vasta enciclopedia in lingua francese. Nella suddetta opera, infatti, venivano ripresi valori dell’illuminismo, che potevano incidere, quindi, sul pensiero della gente di quel tempo. Arrestata e rilasciata nel 1799, aiutò i francesi ad entrare a Napoli e cooperò con  i napoletani per occupare Castel Sant’Elmo. Non solo, rivoluzionaria, ma anche scrittrice. Eleonora sarà ricordata dalla storia per aver scritto un inno alla libertà per la Repubblica Partenopea, sempre, nel 1799. Divenuta, nello stesso periodo, direttrice del giornale Monitore Napoletano, nei suoi articoli voleva diffondere lo spirito repubblicano, democratico, perso con i Borboni. Ma, i reali riuscirono a rovesciare la Repubblica nel giugno del 1799 e a restaurare la Monarchia. L’inimicizia tra i Borboni ed Eleonora portò alla condanna a morte di quest’ultima. La donna, allora quarantasettenne, venne impiccata il 20 agosto 1799, in Piazza Mercato.

Matilde Serao

Giornalista e scrittrice, Matilde Serao nacque a Patrasso, in Grecia, il 14 marzo 1856. Con la fine della dinastia borbonica, Matilde, insieme alla sua famiglia, ritorna a Napoli. Già in tenera età, questa donna, dimostra la sua bravura nell’arte della scrittura. Matilde, infatti, fu la prima donna fondatrice e direttrice di un giornale, insieme al suo primo marito Edoardo Scarfoglio. I due coniugi istituirono Il Mattino. Il suo talento fu riconosciuto anche da Gabriele D’Annunzio, che collaborò al giornale, insieme a Giosuè Carducci e Francesco Saverio Nitti. Le doti di Matilde fecero del Mattino, il giornale più importante da mezzogiorno. Ma, il tradimento del marito, porta al divorzio e alla chiusura del quotidiano. Questo fallimento non ferma la nostra eroina che fondò, in seguito, il giornale “Il giorno”, questa volta, insieme al suo nuovo compagno Giuseppe Natale, avvocato e giornalista. Altresì, Matilde Serrao è autrice di romanzi e novelle. Il più famoso libro della Serrao è “Il Ventre di Napoli”. La giornalista ha sempre amato la città partenopea, scrivendo questo diario di viaggio, in cui dona al lettore la sua percezione della cultura e delle tradizioni napoletane. L’icona del giornalismo napoletano morì il 25 luglio 1927, facendo ciò che amava: scrivere.

Sophia Loren

Sofia Villani Scicolone, in arte Sophia Loren, è una delle più celebri attrici della storia del cinema. La diva, oggi ottantaquattrenne, è nata a Roma il 20 settembre 1934, passando la sua infanzia, fino ai 14 anni, a Pozzuoli. Come molte star, Sofia Loren ha cominciato dai concorsi di bellezza. La svolta nella sua vita è stata l’incontro del famoso produttore Carlo Ponti nel 1952. Una storia travagliata: i due vissero lontano dal bel paese, per attenuare gli scandali, dovuti al matrimonio di Conti. La Loren venne presto venerata dal mondo dello spettacolo, per le sue curve mediterranee, diventate, oggi, simbolo della sensualità mediterranea e per le sue grandi doti recitative. Infatti, il grande Vittorio De Sica, nel 1954, la scelse per il ruolo di pizzaiola nel film “L’Oro di Napoli”. Da lì, i successi per Sophia Loren furono tantissimi. Con il film “Orchidea Nera”, diretto da Martin Ritt, vinse la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Il drammatico ruolo di Cesira nella pellicola “La Ciocara”, del 1960, le conferì, poi, l’Oscar. Il premio ambito, vinto a 28 anni, è il primo dato ad un’attrice di un film non in lingua inglese. La talentuosa bravura ha portato la star ha recitare fianco a fianco a Marcello Mastroianni, Richard Burton e, perfino, Marlon Brando. La sua veracità napoletana ha colpito tutto il mondo, facendola vincere, nel 1991, anche un Oscar alla carriera. Oggi, un idolo per le donne e un modello di bellezza sano da seguire, ancora, dopo anni.

Le storie raccontante sono di donne, che senza nessun compagno affianco, hanno fatto la storia di Napoli. Donne che hanno abbattuto gli stereotipi maschilisti del nostro tempo.“Date alle donne occasioni adeguate ed esse possono far tutto”, scrisse Oscar Wilde.

Eruzione del Vesuvio 1944

Eruzione del Vesuvio 1944Come è noto a tutti, per secoli il Vesuvio non è sempre stato un simbolo di fertilità e bellezza. Sembra quasi strano da pensare d’oggi, ma il nostro è un territorio che porta con sé innumerevoli cicatrici. Delle ferite che sono i segni delle tante eruzioni che si sono accavallate nel corso della storia.

In questo discorso, tutti sono portati istintivamente a pensare al 79 d.C., la famosa eruzione Pliniana. Una Pompei rovente, in balia della forza del vulcano che ne era stato la fortuna economica. Non tutti sanno però che di catastrofi simili ve ne sono state altre, anche non lontane dai nostri giorni. Si fa riferimento alle due eruzioni del 1906 e 1944, le quali sono tristemente ricordate per aver avuto anche le loro “Pompei”.

Mercoledì 4 Aprile 1906. Un’Italia in piena epoca giolittiana sembrava iniziare una normalissima giornata di lavoro. Nei bar tutti parlavano della qualificazione del maratoneta Dorando Petri alle Olimpiadi, mentre nei salotti si discuteva sulle possibilità di Giosuè Carducci di avere assegnato il Nobel per la letteratura. In tarda mattinata, arrivarono però delle notizie agghiaccianti da Napoli. Il Vesuvio aveva eruttato di nuovo, come era successo qualche anno prima. Stavolta però la situazione appariva molto più grave. Il bollettino faceva riferimento a centinaia di morti e altrettanti feriti. Si parlava addirittura di una cittadina (Ottaviano) completamente rasa al suolo dalla furia dello Sterminator Vesevo. Un borgo che la scrittrice Matilde Serao ribattezzò la “nuova Pompei”.

“Tutta la notte sono giunte, di ora in ora, notizie sempre più allarmanti dal Vesuvio: e una gran pioggia di cenere, nell’ alta ombra notturna, ha sempre più agitato le fantasie e oppresso i cuori. La mattinata è così ineffabilmente triste, col suo cielo basso, chiuso da misteriosi vapori, col suo mare immoto e plumbeo, con le vie tutte nere, con un senso ora di ansietà ora di stupore fra quelli che s’incontrano! L’angoscia si fa più intima e più intensa”. Queste le parole della Serao, testimone di un paesaggio quasi apocalittico.

Vi fu quindi una vera e propria pioggia di cenere e lapilli, oltre alle colate di lava. Una tempesta capace di sotterrare l’intero centro abitato di Ottaviano, causando più di 300 morti. La popolazione cercò di mettersi in salvo, arrivando nella frazione di San Giuseppe (attuale Comune di San Giuseppe Vesuviano) e in parte trovando riparo in una chiesa. Ma fu tutto inutile. Le ceneri sfondarono il soffitto e la lava bruciò il portone in legno, uccidendo tutte le 105 persone presenti. La tragedia ebbe una grande eco, tanto da costringere l’Italia tutta a mobilitarsi e a rinunciare ad ospitare i Giochi Olimpici del 1908.

eruzioneAltra eruzione  abbastanza sentita (anche perché è quella dei nostri nonni) è quella del Marzo 1944, l’ultima avvenuta fino ad oggi. Stavolta a raccontare il tutto, anzi a riprendere, non fu Matilde Serao ma le truppe alleate; distrutti invece furono i paesi della costa, non quelli interni.

Come si evince nei filmati degli Americani, i centri maggiormente colpiti furono: Torre del Greco, Massa di Somma e San Sebastiano al Vesuvio. Particolarmente provata dall’evento fu quest’ultima, dove la lava sommerse tutte le abitazioni e il Municipio, causando la morte di 21 persone e costringendo il sindaco a guidare i soccorsi dalla vicina Pollena Trocchia. Solo la Chiesa di San Sebastiano rimase illesa a causa di una deviazione del torrente incandescente. Un evento che ridiede fede e speranza agli abitanti. Del ’44 si ricordano anche i danni ingenti che il Vulcano causò ad una distanza considerevole. Si tratta dei comuni dell’Agro Nocerino-Sarnese, nei quali le ceneri causarono la morte di 130 persone e la distruzione di diversi edifici.

Questi avvenimenti tragici rappresentano pagine nere della storia del nostro amato Monte. Ci mettono in guardia dalle catastrofiche conseguenze, le quali possono derivare dal vivere alle falde di un vulcano attivo. Esse però sono anche la testimonianza di un popolo che, nonostante le distruzioni, si è sempre rialzato e ha ricostruito. Un popolo nel quale il filosofo tedesco Nietzsche vedeva “i prodromi del Superuomo”.

Fonti: San Sebastiano al Vesuvio News; Vesuvioweb

Ponte borbonico di Seiano

Ponte borbonico di Seiano

Denominato ponte Nuovo per distinguerlo dal precedente ponte Orazio, di epoca romana (poi detto ponte Vecchio o anche ponte Maiuro, con tutta probabilità dal latino major), fu costruito a Seiano nel 1832, quando l’allora re del Regno delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone diede mandato di progettarlo all’ingegnere Luigi Giordano, addetto proprio ai ponti e alle strade.

Il ponte borbonico di Seiano è frutto, infatti, di un disegno urbanistico per collegare Castellammare di Stabia, Vico Equense, Meta e Sorrento. L’idea sarebbe venuta al sovrano spagnolo dopo un suo viaggio lungo la strada Scutari, ovvero l’attuale Statale 145, da lui stesso fatta costruire appena due anni prima.

Otto, invece, gli anni impiegati per mettere in piedi il ponte Nuovo di Seiano, nonostante all’epoca gli attrezzi e i macchinari non fossero certi quelli di oggi e si utilizzassero ancora i muli per il trasporto del materiale edile. Già alla fine del 1832 era stata aperta la traccia fino a Vico Equense (transitabile a cavallo). Due anni dopo, nel 1834, il percorso era aperto fino a Meta (circa 10 km). Nei successivi 6 anni era stata tagliata tutta la montagna di Scutolo, completate le rifiniture, pagate le imprese e pagati gli espropri dei terreni, ed infine completate tutte le opere, compresi i ponti di Capo d’Orlando e quello sul Rivo d’Arco.

Borgo_Casamale_Somma_Vesuviana

Borgo_Casamale_Somma_Vesuviana“Areto ‘a Iureca”. Chissà quante volte i cittadini di Somma Vesuviana avranno pronunciato questa espressione, riferendosi ad uno dei tanti vicoli del centro storico della cittadina. Chissà se gli stessi conoscono la storia di questa antica zona e l’origine del suo nome.

Iureca tradotto sarebbe “Giudecca”, cioè il termine col quale venivano indicati i quartieri popolati dalle comunità ebraiche delle città italiane del Centro-Nord. Ciò testimonierebbe la singolare presenza di un ghetto fiorente e vivo alle falde del Vesuvio. Così tanto dall’essere ancora ricordato (almeno nella toponomastica) dagli abitanti di Somma.

La storia degli ebrei di Somma ha radici antichissime, risalenti addirittura all’Antica Roma. Si pensa che già negli anni immediatamente successivi alla Grande Diaspora (70 d.C.), furono diversi i profughi giudei che giunsero sulle coste campane. La maggior parte degli stessi fece la fortuna dei grandi latifondisti, riempendone le manovalanze agricole. Proprio in uno scavo nelle campagne di Somma, è stata ritrovata una tegola con su incise due stelle di Davide.

Per quanto riguarda la nascita della Giudecca, bisogna però aspettare il Basso Medioevo. Già sotto gli Angioini si ricordano diverse famiglie ebree nei registri comunali conservati. Comune era il patronimico “de Abraymo”, che col tempo si evolverà nel cognome Averaimo. Con l’avvento degli Aragonesi iniziò l’organizzazione del vero e proprio quartiere ebraico, posto all’interno della cittadella murata, ma pur sempre diviso dalla restante parte del centro storico. Sulla via principale (attuali Via Giudecca e Via Castello) fiorirono attività commerciali e di credito. Ebrei furono diversi governatori di Somma, uomini di spicco e perfino il medico personale di Re Alfonso I, Mosè Bonavoglia. Forse proprio per questo il sovrano prese così a cuore la città, tanto da stabilirvisi. Con il dilagare poi dell’Inquisizione e l’emanazione delle varie prammatiche sanzioni fino al ‘700, anche gli ebrei di Somma scomparvero del tutto. Nell’aria si respiravano già i prodromi dell’antisemitismo.

La storia della Iureca dimostra come sia sorprendente il passato della zona Vesuviana. Un passato che riaffiora da qualche espressione dialettale o da una boutade, ma che è capace di aprire un mondo sconosciuto.

Fonte: Rivista Summana.

I giudei sono presenti nel territorio di Napoli da tantissimo tempo. Le prime documentazioni certe risalgono al I secolo d.C., poi la loro presenza permane durante l’età ducale, normanno – sveva, angioina, aragonese e viceregnale.

Qui abbiamo due parentesi nelle quali gli ebrei sono espulsi in due periodi storici diversi, rispettivamente 1510 e 1541. I motivi delle espulsioni vanno ricercati come conseguenza alla politica inquisitoria dei re cristiani spagnoli. Il 31 marzo del 1492 viene emanato un decreto reale voluto da Ferdinando d’Aragona che impone agli ebrei di lasciare la Spagna, in alternativa se non si fossero convertiti al cristianesimo, sarebbero stati uccisi.

Bisogna anche dire come un simile ordine abbia avuto alcuni tentennamenti dalla monarchia, poiché avrebbe potuto causare una grave perdita economica del Paese, ma passando ai fatti gli ebrei espulsi non sono stati tanti e quelli rimasti hanno scelto di convertirsi al cristianesimo.

Alcuni ebrei migrano a Napoli che si presenta momentaneamente un porto sicuro fino all’avvento al potere di Ferdinando il cattolico nel 1503, dopo aver posto fine alla lotta contro i francesi per aggiudicarsi il Regno di Napoli. Il nuovo Monarca avvia una politica persecutoria nei riguardi degli ebrei, in particolare si toccano i picchi nei due suindicati periodi storici: 1510 – 1541.

Interno della sinagoga di Napoli. Fonte: pagina di Facebook “Sinagoga di Napoli”

Gli ebrei, prima che abbandonassero Napoli, sono vissuti nelle giudecche, cioè quartieri. Quando sale al potere la dinastia dei Borbone, re Carlo fa emanare un editto il 3 febbraio 1740, trattasi di 37 articoli atti a favorire l’ingresso degli ebrei nel Regno delle Due Sicilie: il fine dei Borbone è dare uno stimolo alle industrie e commerci.

I giudei ritornano in città, ma la curia napoletana non lo gradisce, pertanto da un lato persuade il popolino a discriminare i nuovi arrivati, dall’altra pressa il re affinché riformasse l’editto a scapito degli ebrei. Nel 1752, l’arcivescovo di Napoli propone una serie di articoli per riformare l’editto: ebbene i giudei devono essere contraddistinti da un segno giallo, per di più sono vincolati alla residenza coatta nel ghetto.

L’aria inizia a farsi troppo pesante, e infatti molti abbandonano la città, ma il vero colpo di grazia avviene con l’abolizione dell’editto il 18 settembre 1746 per volere di Carlo di Borbone.

Nel 1830 alcuni impavidi ebrei operano in segretezza a Napoli. L’anno seguente il gruppo aumenta, iniziano i primi incontri a sfondo religioso nell’Albergo della Croce di Malta, situato nel Largo del Castello. Arriva in città anche il banchiere ebreo Carl Rothschild, noto per aver finanziato i Borbone. Il banchiere apre la prima filiale in Italia, oltre a ciò aiuta gli ebrei, li accoglie nella sua Villa Pignatelli.

La giudecca vecchia è situata nel quartiere di Forcella, risale probabilmente al periodo svevo. Si chiama vecchia per essere distinta dalla quella nuova, una giudecca più recente risalente al periodo angioino, situata nella parte meridionale di San Marcellino. Quando è stato fatto il risanamento urbanistico, è rimasto il solo nome della via; invece della giudecca nuova non ci sono più tracce. Fonte: http://www.napoliebraica.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/08/via-giudecca-vecchia.jpg

Avendo un luogo d’incontro, adesso c’è il bisogno di trovare anche un posto di sepoltura: prima riescono a ottenere l’autorizzazione a sotterrare i corregionali nel cimitero nel Gran Giardino di Posillipo, a patto che pagassero una somma di 47 ducati a sepoltura, poi ottengono dal Comune un pezzo di terra a Poggio Reale per destinarlo a cimitero nel 1860, perché quello vecchio è ormai inadeguato a fronte del crescente numero di ebrei che popolano la città.

L’unità d’Italia garantisce una più ampia libertà agli ebrei, di fatto danno vita alla comunità israelitica e fanno costruire un tempio nel 1863. Il tempio è situato nel quartiere Chiaia, cappella Vecchia n.30 (oggi 31).

Nella seconda metà dell’800, il sindaco di Napoli Nicola Amore fa avviare un importante intervento urbanistico tanto da far cambiare il volto dei luoghi storici della città, e quindi sono gravemente intaccate anche le sopraddette giudecche fino a far cancellare le tracce di molte.

La comunità cresce fino a totalizzare un migliaio di ebrei, tuttavia questa sostanziosa comunità è destinata drasticamente a diminuire a causa della Seconda guerra mondiale. Ritornano in città quasi la metà. Oggi, la comunità ebraica a Napoli è costituita da un centinaio di persone.

Sono successi alcuni casi di antisemitismo nei riguardi della comunità. Una settimana prima della conferenza sulla Shoah, la notte del martedì 25 novembre 2006, degli sconosciuti hanno disegnato sulle pareti della sinagoga delle svastiche insieme a delle scritte inneggianti a Hitler. Alcune ore prima della commemorazione della Shoah, il 27 gennaio 2014, una persona affetta da disturbo mentale raffigura una svastica e una scritta in cui è presente il nome del Fuhrer. Dopo l’accaduto, la persona si è autodenunciata alla polizia.

Bibliografia:
– Giancarlo Lacerenza, Lo spazio dell’ebreo. Insediamenti e cultura ebraica a Napoli (secoli XV-XVI), Napoli, Cuen, 2002
– G.Cammeo, La comunione israelitica di Napoli dal 1830 al 1890,,Napoli, De Angelis, 1890
– H.Rawlings, L’Inquisizione spagnola, il Mulino, Bologna, 2006,
– B.Tanucci, Epistolario 1723 – 1746, Roma, Ed., di storia e letteratura, 1980

Sitografia:
– https://napoli.repubblica.it/cronaca/2014/01/27/foto/scritte_razziste_davanti_alla_sinagoga-77030216/1/#1
– https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/10/26/scritte-antisemite-sulla-sinagoga.html
– http://www.napoliebraica.it/wordpress/antichegiudecche/
– http://www.napoliebraica.it/wordpress/la-storia/

Il Regno di Sicilia fu uno Stato sovrano esistito dal 1130 al 1816. Dopo il 1816 esso continuò a vivere, nella fusione col Regno di Napoli, in un’unica realtà politica, quel Regno delle Due Sicilie voluto da Ferdinando I di Borbone. Il 27 settembre 1130, con la bolla emanata da papa Anacleto II, vennero unificati il ducato di Puglia, il principato di Salerno e la contea di Calabria e Sicilia.

Ruggero II d’Altavilla ottenne il titolo di re di questa nuova compagine politica che venne, per l’appunto, chiamata Regno di Sicilia. La sua sovranità su questi territori venne assicurata dall’efficiente Parlamento di Palermo, considerato dagli storici uno dei più antichi del mondo.

In origine, quindi, il regno insisteva su tutta la Sicilia e su gran parte del Mezzogiorno continentale. Il Regno di Sicilia nacque ufficialmente la notte di Natale del 1130 con l’incoronazione di Ruggero II, figlio del Gran Conte Ruggiero che aveva preso il controllo della Sicilia ai danni degli Arabi.

L’alleanza tra Ruggiero II ed Anacleto II era molto stabile poiché all’interno della chiesa di Roma era in corso un vero e proprio scisma generato dalla presenza di due papi: il sopracitato Anacleto II ed Innocenzo II che, sentendosi il legittimo pontefice, scomunicò e rese nulli tutti gli atti del suo avversario, il quale poteva contare solo sull’appoggio dei Romani e dei Normanni.

Ruggero II d'Altavilla il Normanno, Re di Sicilia
Ruggero di Sicilia incoronato da Cristo. Mosaico, Chiesa della Martorana, Palermo

La questione si sarebbe risolta solo con lo scontro armato tra l’imperatore Lotario e Rugiero II. I Normanni persero progressivamente quasi tutti i territori continentali. Nel 1139 il Concilio Lateranense confermò l’illegittimità di Anacleto II ed invalidò i suoi atti, il regno siciliano rischiava così di non essere riconosciuto, ma la superiore capacità militare di Ruggero ribaltò la situazione in quanto prese in ostaggio Innocenzo II a Montecassino. Il papa consapevole dell’impossibilità di reggere il confronto, fu costretto a confermargli il titolo regio.

Ruggero II fece del Regno di Sicilia uno degli stati più potenti d’Europa e lo dotò di una forte base legislativa con le Assise di Ariano Irpino sulle quali si basava la nuova costituzione. Proficua fu anche l’espansione territoriale, con l’annessione di Napoli e di diversi territori nord africani. I Normanni furono capaci di trarre il meglio dallo stratificato sostrato di culture e tradizioni che caratterizzavano la Sicilia. Sotto il regno di Ruggero II convissero in prosperità elementi greci, arabi e normanni. Le grandi testimonianze artistiche sono la prova tangibile di tale situazione.

Il Regno di Sicilia fu teatro di tanti eventi, il suo trono ambito delle più importanti dinastie reali, dopo l’unione col Regno di Napoli, nel 1816, la sua vita continuò per altri 45 anni. Nel 1861 con la caduta del Regno delle Due Sicilie si esaurì anche la sua traiettoria. Da regno autonomo e vitale fu ridotto a semplice provincia alle dipendenze del potere della lontana Torino.

Michele Arcangelo Pezza, detto Fra Diavolo, è stato un brigante ed un militare al servizio di re Ferdinando IV di Napoli. Divenne famoso per aver preso parte alle insorgenze dei movimenti legittimisti sanfedisti e per aver dato vita ad azioni di resistenza antifrancese.

Nacque ad Itri, paese dell’allora provincia di Terra di Lavoro, il 7 aprile del 1771. All’età di cinque anni si ammalò gravemente e, vista l’inefficacia delle cure, la madre decise di fare un voto a San Francesco di Paola. Il bambino avrebbe portato il saio fino a quando la veste non si sarebbe consumata, fu così che iniziò ad essere chiamato “Fra Michele”.

Vista la sua reticenza verso lo studio venne apostrofato dal canonico della sua parrocchia come “Fra Diavolo”. Abbandonati i libri venne mandato dal mastro sellaio del paese, Eleuterio Agresti, per imparare un mestiere.

Durante una discussione tra i due, Michele si macchiò di duplice omicidio in quanto uccise sia Eleuterio che il fratello dell’artigiano. Fu così che iniziò per lui un periodo di vagabondaggio terminato con la presentazione di una domanda presso l’esercito borbonico intento ad affrontare la Grande Armée che, dopo aver invaso il nord Italia, si apprestava a marciare verso Napoli.

La richiesta di Michele venne accolta e la pena per le sue colpe fu commutata in tredici anni di servizio militare. All’inizio del 1798 si arruolò come soldato nel corpo di fucilieri della fanteria borbonica. Nel contingente che il 28 novembre 1798 conquistò Roma, per ordine di Ferdinando IV, figurava anche Fra Diavolo.

Ritiratosi nel suo paese natio, il Pezza decise di assaltare le truppe francesi che erano solite transitare sulla via Appia da lui ottimamente conosciuta. Arrivò alla piazzaforte di Gaeta, dalla quale voleva guidare una poderosa controffensiva ai danni dei francesi, ma quando apprese che il colonello Tschudy si era già arreso, si ritirò ad Itri partecipò a tutti i tentativi di sommossa antifrancese, ottenendo il controllo totale sulle vie di comunicazione tra Napoli e Roma e dominando in maniera diretta i territori tra Gaeta e Capua.

Le sue azioni furono elogiate anche dagli Inglesi e quando si formò la Seconda coalizione antifrancese, decisa a muovere assedio alla fortezza di Gaeta, la sua massa di uomini venne riconosciuta come parte integrante dell’esercito borbonico mentre lui veniva nominato capitano dal re in persona.

Dopo tre mesi d’assedio i Francesi capitolarono e abbandonarono Gaeta, l’apporto del Pezza e dei suoi uomini si rivelò decisivo. Agli inizi del 1800 rientrò nel suo paese d’origine col titolo di Comandante Generale del dipartimento di Itri.

Nel 1806 Napoleone riportò una vittoria decisiva sulla Quarta Coalizione e decise di dichiarare guerra al Regno di Napoli. Fra Diavolo rispose prontamente alle esigenze difensive del proprio paese. Dopo poco però ricevette un’ordinanza nella quale gli veniva imposto di non opporre nessuna resistenza contro l’armata francese, dopo pochi giorni Giuseppe Bonaparte venne incoronato re di Napoli.

Fra Diavolo ovviamente disobbedì all’ordinanza, ritornò alla fortezza di Gaeta dove diede vita a nuove scorribande contro l’esercito francese. Venne chiamato dal re a Palermo dove fu dichiarato luogotenente di una nuova spedizione che avrebbe dovuto calcare le orme dell’impresa sanfedista del 1799. Nella risalita della Calabria verso Napoli, furono numerosi i successi del Pezza ma nel momento decisivo venne richiamato a Palermo, lasciando i suoi uomini privi di una guida e quindi facili prede dei Francesi.

Fu ricompensato col titolo di Duca di Cassano, ma non poteva essere soddisfatto della situazione in quanto i Francesi erano riusciti a sedare le rivolte. Non contento fece l’ennesimo appello alle masse popolari per un nuovo tentativo di resistenza.

Si barricò a Sora con 500 uomini, dopo tre giorni la città era circondata, ma Fra Diavolo riuscì a fuggire sulle Montagne di Miranda divenendo il ricercato numero uno di tutto il Regno di Napoli. La caccia all’uomo durò 15 giorni. Sfinito, con un numero decrescente di uomini e pochissime risorse, Fra Diavolo venne infine catturato a Baronissi, condotto in prigione a Napoli e condannato a morte dal Tribunale straordinario.

Fu impiccato l’11 novembre del 1806, in piazza del Mercato, vestito con l’uniforme di brigadiere dell’esercito borbonico. Non appena la Real Famiglia venne informata della sua morte celebrò, nella Cattedrale di Palermo, il funerale di quell’uomo che aveva dedicato e sacrificato la propria vita per la sua patria e per la dinastia borbonica.

Fonti:
– Francesco Barra, Michele Pezza detto Fra Diavolo. Vita avventure e morte di un guerrigliero dell’800 e sue memorie inedite.
– Pino Pecchia, Il Colonnello Michele Pezza (frà Diavolo). Protagonista dell’Insorgenza in Ciociaria e Terra di Lavoro. 1798-1806.
– Roberto Giardina, La leggenda di Fra Diavolo: l’avventurosa storia del brigante buono.

Si sono spese molte parole negative sull’esercito borbonico, spesso inquadrato come un organismo eccessivamente dinastico ed indisciplinato sotto l’aspetto tattico. In realtà esso fu uno strumento militare molto valido che, in diversi momenti, si contraddistinse per un elevato livello di efficienza e pericolosità.

Figura cardine della sua nascita fu Carlo di Borbone. Dopo la conquista delle Sicilie il re aumentò le sue milizie a 40 battaglioni di fanteria, 18 di cavalleria, un corpo considerevole di artiglieri ed uno d’ingegneri.

Nel 1740 l’esercito napoletano contava 18.000 fanti, suddivisi in 14 reggimenti, 25.000 cavalieri e dragoni in 7 reggimenti, oltre alle guardie reali, Svizzeri, l’artiglieria e qualche corpo ausiliario. Nel 1786 si ebbero importanti riforme grazie all’impegno del segretario di guerra e marina John Acton. Il bilancio militare, fermo in quegli anni a 2,7 milioni di ducati, ascese a 3.180.000 ducati. Le iniziali 15.000 unità vennero raddoppiate grazie alla presenza di volontari. L’esercito di Ferdinando IV, a differenza di quanto si crede, fu protagonista di ottime prove a Tolone, Malta e nelle guerre di Russia dove si mostrò sempre ben organizzato tanto da destare l’ammirazione e il plauso di Napoleone Bonaparte.

Fu caratteristica di questo periodo la fioritura di istituti d’istruzione militare che dovevano disciplinare, secondo i dettami della più sofisticata scienza militare, quegli uomini che avrebbero ricoperto ruoli di comando. Napoli rispose prontamente a questa nuova corrente in quanto nel 1744 venne istituita l’accademia d’artiglieria e nel 1754 quella degli ingegneri; nel 1769 entrambe vennero fuse nella Reale Accademia Militare.

Dopo le due parentesi francesi ed il ritorno dei Borbone, le truppe necessitavano di una riorganizzazione. Ferdinando I (precedentemente Ferdinando IV), però, conservò i provvedimenti e le migliorie apportate dai Napoleonidi. Dopo aver riunito sotto di sé il Regno di Napoli e quello di Sicilia in un unico Stato, fece lo stesso con i rispettivi eserciti. A partire dal 1816 una serie di provvedimenti riorganizzava le armate delle Due Sicilie in divisioni militari territoriali. La fusione degli eserciti di Napoli e Sicilia avvenne con successo e vennero decretati 60.000 effettivi in tempo di pace.

Ferdinando II, a differenza del padre e del nonno, aveva grandissima fiducia nelle capacità militari dell’esercito, organismo verso il quale dedicò moltissime attenzioni ed energie. Il re aprì la sua stagione di riforme militari migliorando il corredo delle armi e la disciplina delle sue armate. Naturalmente predisposto al comando ebbe una grande presa sulle milizie che lo servirono con sincera fedeltà, tale situazione rese possibile la creazione di uno strumento efficace per la sicurezza esterna e la stabilità interna.

Gli allievi della Nunziatella oggi

Nel decennio conclusivo del Regno delle Due Sicilie l’esercito e la marina erano forniti di ogni cosa e il Collegio della Nunziatella fu vivaio inesauribile di eccellenti ingegneri militari. Alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, l’armata di Francesco II contava circa 3.000 ufficiali e 90.000 soldati. L’ultimo Borbone, spesso dipinto come incapace al comando, anche nel momento peggiore e sebbene mal consigliato dai suoi ministri, diede ottime direttive militari rimanendo, però, sostanzialmente inascoltato. Tardivo fu lo scatto d’orgoglio delle milizie che determinò la vittoria sul Volturno. Molto più valorosi dei generali, ormai non più legati alla causa di Francesco II, si dimostrarono i soldati. La loro abnegazione e lealtà nei confronti della dinastia li portò a Gaeta, eletta ad ultimo baluardo della monarchia borbonica, teatro di un assedio disumano durato 102 giorni.

Il 10 marzo 1861 l’esercito dei Borbone delle Due Sicilie terminava la sua storia.

Fonti:
– Tommaso Argiolas, Storia dell’esercito borbonico.
– G. Boeri, P. Crociani, M. Fiorentino, L’esercito borbonico dal 1830 al 1861.
– Mariano d’Ayala, Napoli militare.

Un tragico incidente causato da un filobus, una vicenda che dopo anni lascia ancora una ferita aperta nel quartiere partenopeo Avvocata. Stiamo parlando dell’incidente filoviario del 15 maggio 1961, quando un filobus (un Alfa Romeo 140 AF matricola 5452) ruppe i freni in via Salvator Rosa, nel tratto in discesa comunemente chiamato dai napoletani la Cesarea, causando la morte di tre persone e 143 feriti.

Le persone del quartiere, soprattutto le più anziane, ricordano tutto con una “spaventosa” lucidità. Mai, infatti, si sarebbero immaginate che quel filobus dell’Atan (l’allora azienda municipale dei trasporti, prima di diventare Anm) si sarebbe trasformato in una trappola mortale. La ricostruzione dell’accaduto è contenuta nel libro Storia fotografica di Napoli 1945/1985 a cura di Attilio Wanderling.

Il filobus (linea 249 barrato), con a bordo tantissimi pendolari,  subì l’improvvisa rottura dei freni, con l’autista che ne perse il controllo: nella sua corsa “impazzita” finì sul marciapiede e causò la morte di tre pedoni. “Erano le 8,12 – spiega Wanderling – e il filobus, una vecchia carretta destinata allo scasso, trasportava una sessantina di passeggeri quando nell’immettersi in via Salvator Rosa, all’altezza del liceo classico Vico, rompe i freni“.

Oggi, lunedì 14 gennaio 2019, il Comune di Napoli ha voluto ricordare quelle tre vittime (Giovanni Cascone, Gabriella Granieri e Concetta Marchiello) con una targa, proprio lì dove persero la vita. “Quando avvenne la disgrazia non avevo ancora 10 anni. Questo episodio tragico ha segnato la mia esistenza. Ho colto lo spunto della rielezione di de Magistris e con una lettera ho chiesto apertamente se fosse stato possibile avere un ricordo di queste tre povere persone“, ha detto uno dei parenti delle vittime presenti alla cerimonia.

Giotto di Bondone nasce a Colle di Vespignano presumibilmente nel 1267. Secondo la leggenda sul pittore, il suo esordio ha luogo grazie alla conoscenza con Cimabue che lo vede in atto a disegnare una pecorella sulla roccia, la sua bravura convince l’artista a farlo lavorare con lui.

Giotto è il padre della pittura italiana, nei suoi disegni si ha un abbandono alla bidimensionalità e astrattezza dell’arte bizantina, per abbracciare delle immagini molto più reali e tridimensionali.

Una delle sue opere che gli ha dato una fama immortale sono gli affreschi, risalenti all’incirca nel 1296, presenti nella basilica superiore di Assisi che raffigurano le Storie di san Francesco. Trattasi di 28 riquadri che descrivono la vita del santo, cioè dalla sua gioventù alla dipartita. I fatti narrati si snodano tra verità e leggenda.

Il pittore opera in lungo e in largo per l’Italia: Roma, Firenze, Assisi, Rimini, Padova, Napoli, etc.

In una delle sue ultime tappe rientra Napoli, negli anni 20 – 30 del 1300. Grazie al Vasari, sappiamo che è invitato a Napoli da Carlo di Calabria con il grado di signore della città. La sua operosità nella città partenopea degli Angiò è decantata da Dante Alighieri nel canto XI del Purgatorio, da Giovanni Boccaccio nell’Amorosa Visione e Petrarca nel suo Itinerarium Syriacum. Il suo intenso lavoro a Castel Nuovo (Maschio Angioino) è accertato attraverso i documenti angioini in cui sono presenti i pagamenti effettuati a Giotto, e alcune fonti cinquecentesche confermano gli interventi del pittore nel monastero di santa Chiara. Oggi, non ci sono più molte tracce delle sue opere, salvo pochi frammenti.

Il pittore ha disegnato una serie di affreschi con riferimenti all’Antico e Nuovo Testamento nella Cappella Palatina di Castel Nuovo. Attualmente sono presenti poche decorazioni, ossia fasce riccamente adornate da finti mosaici, racemi, foglie, frutti, clipei in cui sono rappresentati testine, busti e stemmi. Dato la mole di affreschi, ci lascia immaginare che il pittore fosse affiancato dai suoi allievi.

Giotto, uno degli affreschi presenti nella Cappella Palatina di Castel Nuovo. Fonte: http://www.luoghigiottoitalia.it/o.cfm?id=43

Secondo alcuni personaggi come Ghiberti, Gaddiano, Vasari, Boccaccio e Barattone, Giotto realizza un altro ciclo di affreschi raffiguranti uomini illustri del passato nella Sala Grande, tuttavia Petrarca nel suo Itinerarium Syriacum non fa alcun accenno. Siccome il suindicato ciclo di affreschi non è più presente, vi è il beneficio del dubbio della sua esistenza.

Nel monastero di Santa Chiara è presente un Calvario insieme a un Compianto sul Cristo morto. Essi sono identificabili attraverso un’immagine crocifissa posta in alto a sinistra, forse trattasi di un ladrone, nella parte centrale sono presenti gli angeli in preda alla disperazione e nelle vicinanze, cioè nella parte mancante, probabilmente stava Gesù disteso a terra circondato da donne doloranti.

Nella parte inferiore della parete è raffigurato un coro, si dibatte tra studiosi se appartiene o no a Giotto. La paternità è dubbia anche su alcuni disegni presenti sui finestroni di certune cappelle del monastero su cui sono rappresentati clipei, finti mosaici e vegetali. Giotto muore a Firenze l’8 gennaio del 1337.

Giotto, Compianto su cristo morto. Fonte: https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g187785-d8672824-i234672684-Chiesa_di_Santa_Chiara-Naples_Province_of_Naples_Campania.html

Sitografia:

http://www.treccani.it/enciclopedia/giotto_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/

http://www.treccani.it/enciclopedia/giotto_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

Bibliografia:

Alessandro Tomei, Giotto e il Trecento, Roma, Skyra, 2009

Non tutti sanno che la reliquia soggiornò nel Santuario della Madonna di Montevergine a Mercogliano, durante la Seconda guerra mondiale. Nel settembre del 1939, il re Vittorio Emanuele III si convinse che l’oggetto sacro posto nella cappella nei pressi del Palazzo Reale di Torino dovesse riparare in un luogo più tranquillo, ovverosia lontano da eventuali bombardamenti aerei degli anglo-americani. Iniziò un’operazione di estrema segretezza, lo stesso Duce non seppe nulla di ciò. Alcuni uomini si premurarono di spostare la reliquia a Roma il 7 settembre, poi il giorno successivo nel Quirinale. Prima di trasferirla fu ben protetta, ripercorro le parole presenti nel “verbale di consegna e di deposito temporaneo della SS.Sindone”:

“… E pertanto, dopo essere stata totla dall’abituale suo luogo la cassetta d’argento contenente la detta Reliquia e deposta in una cassa di legno, chiusa a viti, foderata di tela bianca ricucita all’ingiro e cinta con spago recante ai nodi il sigillo di piombo con le iniziali del conte generale Giovanni Amico di Meane, Reggente dell’Amministrazione della Real Casa in Torino…”.

Il principe ereditario Umberto I consultò Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI) allora sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità per gli Affari ordinari, affinché il Vaticano si premurasse di custodire l’oggetto sacro. La proposta fu respinta, poiché la Città del Vaticano corse lo stesso rischio di Torino.

In questo frangente, la Santa Sede convocò l’abate di Montevergine Ramiro Marcone. L’abate senza indugiare si recò a destinazione e comunicò con il Segretario di Stato, cardinale Maglione. Quest’ultimo lo rese a corrente dell’invito a spostare la reliquia a Montevergine, ebbene l’abate non tardò ad accettare l’invito. La scelta cadde su Montevergine non solo perché si presentò come luogo sicuro, ma anche dalla storica relazione che legò casa Savoia con la Madonna nera. Per raccontarne una, nel 1433 Margherita di Savoia donò un affresco di Pietro Cavallino dei Cerroni al Santuario per esprimere la propria devozione, in quanto scampò a un naufragio grazie all’intermediazione di Mamma Schiavona.

Il giorno 25 settembre l’oggetto sacro fu nascosto nell’edificio religioso, in particolare sotto l’altare del Coretto di notte. Eventualmente la struttura fosse bombardata, l’oggetto sacro sarebbe dovuto essere spostato in un luogo più sicuro del luogo sacro, in un corridoio artificiale profondo 145 metri. L’operazione fu così delicata che solo pochi membri del Santuario furono informati di ciò.

Sacra Sindone posta sotto all’altare del corretto da notte di Montevergine. Fonte:http://www.monarchia.it/montevergine.html

Nel 1943 durante l’occupazione nazifascista in Italia, i tedeschi non scoprirono la Sindone durante i loro controlli di routine nel Santuario. Alla fine della guerra, non si seppe quale dovesse essere il destino della reliquia, intanto nei primi di giugno del 1946 la casa Sabauda abbandonò patria e trono, dopo che il popolo italiano si espresse attraverso un referendum a favore della Repubblica. In questi momenti trepidanti, il 10 giugno del 1946 arrivò una lettera al Santuario, la Casa Savoia chiarificò il destino della Sindone, ebbene l’ordine fu di farla ritornare a Torino.

L’arcivescovo della città di Torino, Maurilio Fossati, si presentò personalmente a Montevergine il giorno 28 ottobre 1946, per riportare la Sindone a Torino. L’abate del Santuario, Roberto D’Amore, chiese al Cardinale di poter vedere la Reliquia, Fossati con estrema benevolenza acconsentì alla richiesta. Il salone di ricevimento fu preparato per la cerimonia di ostensione della Sindone. Alla fine della conferenza, alle ore 24 il Cardinale aprì le urne e scoprì la Sindone. Alle ore 1:30 finì il singolare evento, un film documentario immortalò tutto. Seguì lo spostamento della Sindone   nella Cappella della Madonna,  il Cardinale celebrò la messa alle ore 5:30 poi giunse il momento dei saluti, alcuni presenti caricarono l’oggetto sacro in auto. Il viaggio comprese una breve sosta a Roma prima di arrivare a Torino.

Cerimonia dell’ostensione della Sacra Sindone. Fonte: http://www.monarchia.it/montevergine.htm

Il 19 maggio del 2013, l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia grazie all’intermediazione dell’Associazione AMCOR, elargisce una riproduzione della Sacra Sindone al Santuario di Montevergine in ricordo di ciò che accadde durante la Seconda guerra mondiale.

Riproduzione della Sacra Sindone a Montevergine. In basso a destra c’è una targa con scritto: “Alla chiesa sorella di Montevergine la chiesa di Torino rappresentata dagli Amici delle Chiese d’Oriente (AMCOR) dona questa riproduzione fotografica autentica della Santa Sindone a ricordo e in riconoscenza per gli anni 1939 – 1945 in cui essa fu qui nascosta e protetta. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino Custode Pontificio della Sindone, 19 maggio 2013 Festa di Pentecoste”.

Sitografia:

http://www.santuariodimontevergine.com/la-sacra-sindone-a-montevergine-2/

http://www.frascati.enea.it/fis/lac/excimer/sindone/osservatore%20romano.pdf

http://www.avellinotoday.it/eventi/cultura/Sindone-montevergine-operazione-segreta-seconda-guerra-mondiale.html

Bibliografia:

Giovanni Mongelli, La Sacra Sindone a Montevergine e la sua ostensione il 28 – 29 ottobre 1946, Montevergine, 1973

busto

Il cruento “conquistatore” Enrico Cialdini finisce nel mirino della Camera di Commercio di Napoli, che ha detto il suo “sì” alla rimozione del busto del luogotenente di Vittorio Emanuele II. Il busto celebrativo di Cialdini, già oggetto di contestazioni, campeggia accanto a quello di Cavour in una delle sale più prestigiose della sede di piazza Bovio, ma la sua presenza sembra essere diventata ormai di troppo, soprattutto per i tragici eventi a lui legati. Come riporta Il Mattino, la giunta della Camera di Commercio, sotto la presidenza di Ciro Fiola, avrebbe già un progetto per sostituire il busto: bandire un concorso per una statua in ricordo delle vittime dell’eccidio di Pontelandolfo che lo stesso Cialdini ordinò.

Cialdini, tra il 1860 e il 1861, insieme a Giuseppe Garibaldi e Salvatore Pes di Villamarina, fu uno dei conquistatori violenti delle Due Sicilie, ricordato soprattutto per l’azione devastante di Gaeta contro civili inermi. Nell’Archivio di Stato partenopeo sono conservati i documenti, con i quali in quei mesi di repressione, venne concessa la cittadinanza onoraria di Napoli a Cialdini, ma la stessa è stata revocata nell’aprile 2017 dall’amministrazione di Luigi de Magistris.

bustoUna scelta saggia (a nostro modo di vedere) arrivata dopo una necessaria rilettura di una pagina di storia risorgimentale sporca di sangue innocente, ma soprattutto di sangue del Sud. Quell’azione militare del 1861, in nome di un’Unità che ancora oggi scarseggia ad esserci nei fatti, ha portato alla devastazione di terre meridionali, ma purtroppo i conquistatori divennero subito degli “eroi” da portare in trionfo. Così, dalla sconfitta dei Borbone all’annullamento del proprio passato il passo fu breve, con un conseguente annullamento della memoria popolare e l’avanzamento di una visione distorta della storia.

Cialdini, nominato poi “duca di Gaeta” (proprio per la strage compiuta), e i suoi compagni non c’entrano nulla con il Sud a parte la conquista ed il massacro, ma nelle nostre città continuiamo ad avere riferimenti a personaggi che hanno scritto una pagina nera della nostra storia. Allora, ben vengano queste iniziative, queste “rimozioni forzate” di simboli (come già avvenuto a Palermo e Catania) che, seppur intrisi di storia, non rendono giustizia a chi ha dato la vita per difendere le nostre terre.

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