La moglie del 48enne ucciso in Tangenziale: “Date l’ergastolo all’assassino”

Incidente in tangenziale

A seguito di una disgrazia, l’unica cosa che resta è il dolore, l’amaro dell’impotenza, quella sensazione di non poter fare nulla per tornare indietro e rimettere le cose al proprio posto. A distanza di qualche giorno, sembra riecheggiare sulle strade della tangenziale di Napoli, ancora il boato dello scontro provocato dal folle gesto di Aniello Mormile, il 29enne accusato di omicidio, per aver ucciso Aniello Miranda il 48enne agente di commercio della Yma, deceduto immediatamente sul colpo frontale con l’auto di Mormile, e la giovane 22enne che era in auto col folle dj. Sono trascorse tante ore ma il dolore della famiglia di Antonio Miranda, non si affievolisce mai, cresce a dismisura, insieme alla voglia di giustizia, affinché non resti impunito un gesto, che ha ingiustamente ucciso la colonna portante di una famiglia, un padre, un marito e un lavoratore esemplare.

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A parlare al Il Mattino è la vedova di Aniello Miranda, Anna, una donna distrutta dalle lacrime che le hanno rigato il volto fino a farla consumare così, in pochi giorni. Il giorno dell’incidente, così come racconta la signora Anna, il marito Aniello appena sveglio, raccontò alla moglie il sogno fatto quella notte, un sogno insolito e a parer suo preoccupante, in cui alcuni carabinieri andavano ad arrestarlo. La moglie lo rassicurò immediatamente, dicendo che così, com’è la credenza popolare partenopea, quei carabinieri presenti nel sogno, rappresentavano in realtà le anime del purgatorio che lo stavano salvando. Poche ore dopo la tragedia.

Iniziarono a chiamare a casa di Miranda, i colleghi preoccupati per il ritardo di Aniello, poi poco dopo seguì una seconda telefonata, la più brutta, quella che comunicava del tragico incidente, si parlava di ferite gravi, di situazione critica, ma nessuno diceva quello che in realtà era successo, Aniello Miranda ormai era già morto. Arrivati in ospedale, Aniello ormai era già privo di vita, ucciso dalla furia e dall’incapacità di un ragazzo di 29 anni, di capire che mettersi ubriachi alla guida, non è solo un pericolo per se stessi, bensì per chi ci circonda.

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“Il dolore è un fatto così intimo e privato che preferisco tacere. Non ho molto altro da raccontare: mio marito era una persona perbene, un padre che ogni mattina si alzava all’alba per andare a lavorare. Viveva in funzione della famiglia, ha cresciuto i figli educandoli al rispetto verso gli altri e verso se stessi. Non beveva, non fumava e ai nostri ragazzi raccomandava di fare lo stesso, imponendo loro di rientrare presto la sera, di fare una vita regolare e di stare lontano da droga e alcool. Per uno scherzo beffardo del destino è stato ucciso da un folle che guidava ubriaco. La notte prima di morire aveva sognato di essere arrestato: io l’ho tranquillizzato dicendogli che i carabinieri e i poliziotti, secondo interpretazioni che si tramandano di padre in figlio, sono le anime del Purgatorio che accorrono in aiuto. Ma, forse, era un triste presagio. Il resto, non conta: spero che all’assassino diano l’ergastolo e di perdono non voglio neppure sentire parlare. Semplicemente vogliamo giustizia per mio marito, per noi”. Le parole di Anna sono intrecciate da rabbia e dolore. Perdonare? Forse non lo farà mai, non lo farà Anna e neanche i due figli che a 18 e 22 anni, hanno purtroppo dovuto rinunciare per sempre all’insostituibile amore del padre.

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