Perché i napoletani fischiano quando sentono l’inno nazionale: la spiegazione

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Perché a Napoli si fischia l’inno d’Italia

Perché i napoletani fischiano l’inno nazionale? Una domanda che ricorre, in occasione della partita tra Italia e Inghilterra a Napoli, considerando la repulsione della città per il “canto degli italiani”, già mostrata durante le due ultime finali di Coppa Italia. Sono sempre più, infatti, i partenopei che non si ritengono rappresentati da quell’Italia che tende a disprezzarli sia come cittadini che tifosi, e i soliti cori razziali intonati dagli spalti degli stadi ne sono una prova.

Perché i napoletani fischiano l’inno nazionale

La nazionale italiana sfiderà l’Inghilterra a Napoli, davanti al pubblico dello stadio Diego Armando Maradona, inaugurando il match con un vero e proprio spettacolo: Gigi D’Alessio, con la partecipazione di Clementino, darà voce all’inno di Mameli.

Più volte gli inni delle squadre vengono coperti dai fischi e, nel nostro Paese, già nelle precedenti finali di Coppa Italia si è ripetuto lo stesso copione. A qualcuno sembra contraddittorio che da una città italiana, come Napoli, possa partire un coro contrariato verso il proprio stesso inno e, ad una prima lettura, effettivamente lo è.

La stessa Arisa, chiamata a cantare lo scorso maggio 2012 durante la finale di Coppa Italia tra Juventus e Napoli, si era detta sbalordita di quanto successo: prima ancora che iniziasse a cantare, subito dopo l’annuncio dell’inno, boati e fischi avevano inondato lo stadio Olimpico di Roma.

Per Napoli solo odio: il popolo non si sente rappresentato dall’inno d’Italia

Un gesto forse poco elegante ma che non dovrebbe stupire affatto se si considera il “benvenuto” che le altre squadre italiane riservano ai partenopei, o i cori razziali contro di loro che, non con semplici fischi, ma con vere imprecazioni e ritornelli coloriti, inneggiano alla morte dell’intero popolo.

“Vesuvio, lavali col fuoco”, “Il mio sogno esaudirò. Vesuvio erutta, tutta è Napoli è distrutta”, “Noi non siamo napoletani”: sono solo alcuni dei tormentoni, diventati addirittura vere e proprie hit sulle piattaforme musicali, contro i napoletani.

Parole d’odio che animano non solo gli stadi, spesso anche quando il Napoli non è in campo, ma anche i luoghi della vita quotidiana: nelle stazioni, nei treni e persino nei centri commerciali. L’ultima “vergogna”, documentata anche dalla stampa tedesca, ha visto il coinvolgimento dei tifosi dell’Atalanta durante la guerriglia che ha preceduto il match tra Napoli ed Eintracht: sarebbero giunti in città, affiancando la tifoseria francofortese, semplicemente per devastare la città.

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Un vero e proprio odio verso una città che non fa altro che rimarcare una divisione territoriale ancora non rimarginata, nonostante si continui a festeggiare quell’Unità d’Italia che dovrebbe segnare l’unificazione di un Regno libero ma che, nella realtà, non ha fatto altro che far sprofondare il Sud.


Certo, sarebbe più giusto evitare i fischi, ma è giusto prendere coscienza di una reazione che, seppur sbagliata, nasconde il dissenso di un popolo che chiede altrettanto rispetto, non solo durante le competizioni calcistiche ma in ogni situazione della vita ordinaria, quasi sempre segnata da stereotipi e futili pregiudizi, oltre che dalla mancata attenzione di una problematica che continua a passare inosservata, facendo fruttare soltanto qualche sanzione.