Renzi fa cadere il Governo sul Recovery Plan: da Presidente non dava soldi al Sud

Da diversi mesi è esploso un vero e proprio “dibattito” a livello nazionale ma anche internazionale, per il probabile ed ennesimo scippo che si sta preparando in questo periodo ai danni del Sud circa la ripartizione dei fondi del Recovery Plan, ormai soprannominato dai più il “secondo Piano Marshall” ed il primo del terzo millennio. Sono diversi anni ormai che le battaglie politiche a livello nazionale non si combattono più tra destre e sinistre, ma sono sempre presenti quelle tra Nord e Sud, ossia tra chi cerca di mantenere un certo sistema Paese che supporta lo sviluppo di una sola parte di esso (il P.U.N. Partito unico del Nord) lasciando l’altra, ossia il Sud, in uno stato di abbandono ed arretratezza.

Qualcuno direbbe che è dal 1861 che questo sistema Paese nasce per tenere il Sud sottomesso e nelle condizioni in cui lo conosciamo da tempo. “Le prove provate” di un malessere interno allo stato italiano dagli albori, sono i continui cambi di governo a cadenza quasi annuale da circa 75 anni, specialmente nei periodi più preoccupanti e difficili per la gestione di ingenti risorse economiche a beneficio del Paese.

Ed ecco che proprio in queste ore anche Giuseppe Conte rassegna le proprie dimissioni dopo l’enorme crisi di governo che “il partito del 2% di Matteo Renzi” Italia Viva ha avviato, tirando apparentemente i remi in barca e spezzandoli proprio a chi quella barca la conduceva, Giuseppe Conte. È un dato di fatto che questa crisi di governo (legittima o meno in questo momento storico), sia stata aperta proprio per la gestione imminente dei fondi del Recovery Fund: dall’Europa circa 200 miliardi di euro dovrebbero entrare nelle tasche dell’Italia, disegnando l’avvenire dei prossimi decenni come fu per il Piano Marshall. Una ripartizione prevista in base a tre criteri fondamentali: popolazione, livelli di disoccupazione e  livello di reddito prodotto, con la richiesta esplicita da parte dell’Europa di non sperperare il denaro presentando progetti validi, ma soprattutto di superare finalmente il gap Nord-Sud che da troppi anni ci portiamo appresso.

Insomma, per volontà dell’Europa, circa il 60/70% di quei fondi dovrebbe spettare al Sud (secondo la stima di M24A di Pino Aprile), sarà per questo forse che a qualcuno questa cosa non è andata giù? Non bisogna essere per forza della Lega “vecchio stampo” per essere contro lo sviluppo del meridione. Questi fondi che potrebbero effettivamente assottigliare l’enorme differenza tra Nord e Sud fanno storcere il naso a quel qualcuno, specialmente a chi ha interesse affinché il Sud rimanga “arretrato”. Uno di questi si chiama proprio Matteo Renzi che ha governato l’Italia, e che spesso con le sue politiche fiscali, con tagli in tutti i settori, ha dimostrato di non essere per nulla a favore del Mezzogiorno: non dimentichiamo che per gli investimenti fatti in Italia per la sua legislatura, tra la “Legge di stabilità” e lo “Sblocca Italia”, solo per il 19% hanno riguardato i territori del Sud. Inoltre per le infrastrutture si parla di uno scarso 2% soprattutto per gli investimenti ferroviari (precisamente l’1,2% al Sud contro il 98,8% del centro-Nord). Insomma, l’accoppiata Renzi – Del Rio (e chi se la dimentica) non ha certamente portato ottimi risultati nella risoluzione della questione meridionale, anche se in realtà nessuno tra i governi degli ultimi 160 anni ha di fatto contribuito a ridurre il famoso gap.

Non dobbiamo certamente negare che non è colpa (solo) di Renzi se, come afferma l’Eurispes (nel Rapporto 2020) nei suoi ultimi studi, dal 2000 al 2017 sono stati sottratti oltre 840 miliardi di euro al meridione d’Italia per mancati investimenti, o come ci racconta Svimez che parla di 61 miliardi all’anno sottratti al Sud dal 2009. Non è colpa (solo) di Renzi o di Conte, per l’altra importante gestione della “Cassa per il Mezzogiorno” dove i fondi neanche passavano per il Sud che entravano subito nelle tasche delle aziende del Nord. Difficile anche dimenticare i veri fondi del Piano Marshall che servirono alla ricostruzione del Paese nel post guerra dove, anche se la città più bombardata fu proprio Napoli, la ripartizione fu tutt’altro che equa, vedendo enormi capitali spesi solo al Nord, mentre  al Sud come al solito andavano solo le briciole, come racconta BBC History in alcuni suoi dati.

Insomma, sappiamo come è andata la storia d’Italia e come il Sud viene trattato da 160 anni: le regioni meridionali impiegarono dal 1861 oltre 80 anni per divenire più povere di quelle del Nord e solo con la seconda guerra mondiale hanno conosciuto la povertà completa e disomogenea sul territorio italiano. I fondi del Recovery Plan sono importantissimi per il rilancio del Sud e dell’intero Paese, resta il fatto che chi potrebbe gestire eventualmente quei fondi nel prossimo “cambio della guardia”, ha in mano il destino del Sud e la sua ultima possibilità di risalire la china.

Lo sconcerto aumenta quando si viene a sapere che quei fondi di cui il governo Conte si vanta da quasi un anno, rischiano di non essere presi, sia per mancanza di progetti e prospettive, sia perché per certi versi non conviene a quei pochi che decidono, e non prendendoli rischiano di far perdere circa 100 miliardi di euro al Sud. Sono troppi anni che il Sud non vede un governo meridionalista vero (non basta essere meridionali), e chi dovesse ricoprire quel ruolo così importante, potrebbe sapere che quei fondi in gran parte dovranno essere restituiti e che forse per mancanze di prospettive ed elasticità propensa al futuro “per il Sud…non ne varrebbe la pena”.

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